AISTED NEWS

Nuovo E-Book AISTED: "La Stabilizzazione"

Emil Nolde

INTRODUZIONE

Navigare in sicurezza le onde del trauma

di Camilla Marzocchi

Consigliera AISTED, Referente AreaWeb

 

Sin dall'inizio della pandemia da Covid19 (marzo 2020) AISTED ha intensificato il suo lavoro di rete tramite i molti gruppi di lavoro che la compongono. I 2 Ebook editati e pubblicati a partire da maggio 2020 (di cui questo è il secondo componente), sono la parte visibile e disponibile all'esterno di molto altro lavoro che la Associazione continua a fare, ogni giorno, tramite il confronto tra i quasi 200 specialisti di stress e trauma che la compongono.

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Durante l'ultimo anno abbiamo navigato una realtà strana e completamente nuova, senza precedenti nel nostro tempo e senza nessun punto di riferimento. In mare aperto tra le onde abbiamo iniziato a muoverci per restare a galla, a volte imparando cose nuove, a volte sprofondando sotto la superficie, a volte prendendoci gusto, spesso guardandoci l'un l'altro un po' smarriti. Durante tutto il 2020 abbiamo attraversato una fase acuta di stress caratterizzata da ansia, incertezza, minaccia e grande smarrimento, cui è seguito un graduale e curioso adattamento, una crescita post-traumatica che ci ha mostrato nuove risorse, opportunità, idee fino ad un graduale ritorno alla calma e alla sicurezza o almeno a quella che abbiamo pensato fosse tale. Poi in autunno di nuovo siamo entrati in una fase di stress acuto, più lungo e spaventoso del precedente, di nuovo costellato di paure, lutti, mancanza di prospettive e perdita (di nuovo!) di punti di riferimento e allora il nostro sistema emotivo ha iniziato a vacillare, ad accusare lo stress di tutti i mesi in cui abbiamo “tenuto insieme” noi stessi, le nostre famiglie e l'emergenza tutta intorno. In questa seconda fase emotiva, abbiamo perso la reattività traumatica che avevamo inizialmente e la mente ha lasciato spazio più spesso a stati di ipo-attivazione e resa: la “pandemic fatigue”, la sindrome da rassegnazione, depressione, spesso nei più giovani un rifiuto del cibo, della socialità e un ritiro dalla vita.

La mente umana è fatta per sopportare bene lo stress, anche quando acuto e persistente, anche quando il dolore fisico e emotivo appaiono insopportabili, ma abbiamo pur sempre dei limiti fisiologici, emotivi, somatici, mentali che è necessario conoscere e ri-conoscere per navigare al meglio le situazioni difficili. Sapere come alimentare, in una parola, la nostra personale Resilienza.

L'adattamento post-traumatico è fatto per tutti noi di onde alte di grande attivazione, reattività, lotta e onde molto basse di disattivazione, spegnimento, resa. É importante sapere come atterrare dalle onde alte e come risalire dalle quelle basse, ma soprattutto è centrale per ognuno di noi trovare un modo di mantenerci sulla superficie del mare, surfando sulle onde mentre siamo saldi in equilibrio, senza opporci al movimento ma guardando sempre avanti.

Da qui nascono i contributi di questo secondo E-book AISTED (qui è possibile consultare la prima Edizione), che speriamo possa raggiungere colleghi, operatori e cittadini in difficoltà, con l'obiettivo di offrire strumenti di riflessione ed esercizi pratici da seguire ogni giorno per mantenere, ora e per il futuro, un buon equipaggiamento utile a navigare al meglio in ogni momento, a partire da una maggiore consapevolezza di ciò che alimenta la nostra capacità di adattamento.

Fondamentale dunque iniziare a coltivare una cura di sé quotidiana, profonda e trasformativa che permetta di mantenere sempre accessibile la propria vitalità, passione, forza e che aiuti a passare dal sopravvivere quotidiano al vivere pienamente il presente in ogni suo aspetto (Cristiana Chiej e Viola Galleano, pag. 7). La conoscenza dei meccanismi neurofisiologici di accumulo dello stress legati alle esperienze traumatiche, illustrati nel contributo su Peter Levine, ci ha aiutato a trovare esercizi e modalità di scarico che ognuno di noi può sperimentare, ricordando che lo stress produce una reazione nel corpo e nella mente che è innanzitutto fisiologica e non patologica (Alberto Dazzi, pag. 15). La difesa dei propri confini emotivi è poi un regolatore centrale della nostra vita familiare, lavorativa e sociale: dire di “no” come gesto regolatore, cioè coltivare il diritto di difendere il proprio territorio emotivo-somatico-relazionale è un altro ingrediente prezioso per nutrire la nostra salute, forza e aumentare un senso di sicurezza indispensabile a restare dentro una “finestra di tolleranza emotiva” ottimale (Raffaele Avico, pag. 22). Mai abbastanza cura e attenzione sarà data all'osservare stili di vita adeguati a mantenere la nostra salute, fisica, psichica ed emotiva: spesso quest'area è lastricata di ottime intenzioni, ma siamo davvero consapevoli dei gesti e delle scelte che ogni giorno facciamo per mantenerci in salute ogni giorno? Osserviamoci (Donatella Masante, pag. 29). La stabilizzazione e l'accesso delle risorse è possibile anche grazie a strumenti terapeutici specifici e ormai centrali nella cura del trauma, come l'EMDR, che oltre che uno strumento evidence-based di elaborazione delle memorie traumatiche, è al tempo stesso un grande strumento di stabilizzazione e regolazione del senso di sicurezza e di radicamento nel presente (Sara Ugolini, pag. 38). Il respiro: fonte di ispirazione in molte discipline è la più semplice e la più preziosa ricchezza che abbiamo, sempre a portata di mano e enormemente flessibile nel regolare ogni stato emotivo, di ipoattivazione o di iperattivazione. Imparare a regolare una funzione fisiologica che di solito avviene senza la nostra consapevolezza, può aiutarci enormemente a coltivare un balance autonomico ottimale per vivere il presente e osservare “dove siamo” quel giorno, quel momento e quanto le situazioni esterne che viviamo vibrano e risuonano dentro di noi attraverso il respiro (Laura Fino, pag. 46). Ultimo contributo anch'esso cruciale nell'equipaggiamento di ognuno di noi è la Mindfulness, come pratica quotidiana ma forse soprattutto come stato della mente da coltivare ogni giorno. Con una guida esperta e l'attenzione adeguata ai segnali di stress, può diventare uno strumento centrale per navigare in mare aperto con tutti i rischi che comporta, ma restando centrati e saldi sulle proprie risorse (Martina Stagi, pag. 55). Infine, uno strumento innovativo come il Safe and Sound Protocol può riconsegnarci alla posizione di sicurezza attraverso un ascolto attivo di alcune composizioni musicali studiate nel contesto della teoria polivagale di Stephen Porges, centrale per la psicoterapia trauma-informed (Gabriele Einaudi, pag. 67).

Dalla lettura di questi contributi emerge come la Stabilizzazione non sia una tecnica o un insieme di tecniche di rilassamento, ma un processo ricco e complesso da alimentare in ogni momento, in fasi acute di vita ma soprattutto nei momenti buoni, ed è un processo che può guidarci in due direzioni entrambe importanti: il radicamento pieno nel momento presente, l'accesso alle risorse migliori possibili che abbiamo dentro e fuori di noi, e l'ampliamento della coscienza di tutto quello che c'è, che siamo e che possiamo affrontare.

 

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Indice contributi e autori:

Cristiana Chiej e Viola Galleano (pag. 7) The Therapist is present and (Self) caring Il ruolo essenziale dell’autocura nella fase di stabilizzazione

Alberto Dazzi (pag. 15) Introduzione a Somatic Experiencing®

Raffaele Avico (pag. 22) Stabilizzazione e Confini: mettere paletti per regolarsi

Donatella Masante (pag. 29) Stili di vita, stabilizzazione e psicoterapia

Sara Ugolini (pag. 38) L’utilizzo dell’abbraccio della farfalla e del tapping per la stabilizzazione

Laura Fino (pag. 46) Il respiro: una risorsa a portata di mano

Martina Stagi (pag. 55) Il contributo delle pratiche di MINDFULNESS nella Fase di stabilizzazione dei sintomi post-traumatici

Gabriele Einaudi (pag. 67) Il Safe and Sound Protocol come strumento per la stabilizzazione

 

Ringraziamo tutti i soci che hanno contribuito a questo viaggio, grazie alla loro esperienza,

guida sicura e passione nel lavoro sul trauma. Buona lettura!

 

Giovanni Tagliavini (Presidente AISTED)

Camilla Marzocchi (Consigliere AISTED)

Raffaele Avico (curatore Ebook, socio AISTED) 

Prassi Giudiziarie e Lavoro Socio-Sanitario: Indagine Gruppo Forense AISTED

Minori e Giustizia

Prassi Giudiziarie e Lavoro Socio-Sanitario:

Analisi conoscitiva sulla percezione dell'impatto del Trauma e della Dissociazione e sulla qualità dei servizi

***Per info: forense@aisted.it***

Monica Romei, Alessia Tomba, Massimo Portas

 

Il cuore della mission di AISTED è Promuovere nella Società Italiana l'ampliamento delle conoscenze riguardo a Trauma e Dissociazione e riguardo a ogni disturbo collegato a traumatizzazione cronica,  contribuendo alla diffusione delle conoscenze sulle conseguenze di esperienze e/o eventi traumatici per gli individui e per la comunità. 

Questo obiettivo ci ha posizionato sin da subito su un problema centrale: quanto i servizi che si occupano di tutela, cura e trattamento del disagio psichico conseguente a trauma, siano effettivamente trauma-informed? Intendendo con questo la condivisione di una chiara, condivisa e aggiornata cornice di comprensione clinica e sintomatologica degli effetti emotivi, cognitivi, comportamentali e relazionali. La seconda domanda è quindi: quanto i servizi con un buon livello di conoscenza sulle prassi trauma-informed, riescano ad integrare queste prassi nella pratica quotidiana?

Le neuroscienze hanno dato un grande contributo nella comprensione di molte psicopatologie trauma correlate e abbiamo a disposizione autorevoli Linee Guida che ci orientano in questa direzione, ma ancora molto si può fare per far crescere la consapevolezza e la conoscenza psicotraumatologica (per approfondimenti: Linee Guida ESTD per Interventi su Infanzia e Adolescenza (italiano); Linee Guida ISTSS per Adulti in inglese).

L'ambito che ci è parso sin da subito centrale è quello che riguarda l'Area Forense e tutto ciò che coinvolge l'ascolto delle vittime, minori e adulti, che hanno vissuto traumi e abusi, e di come "funziona" nella realtà odierna l'incontro di queste persone con operatori, tecnici, consulenti, clinici e chiunque entri in relazione con loro durante l'intero, spesso lungo, iter giudiziario. (per approfondimenti, cfr. Il trauma nelle aule giudiziarie: una fotografia dello stato dell'arte in Italia).

Il gruppo Forense di AISTED sta promuovendo una breve indagine che si propone di fare una prima analisi conoscitiva su quanto i professionisti del settore abbiano la percezione che le prassi giudiziarie siano trauma informed, ovvero quanto sia diffusa nei servizi giudiziari una cultura volta al riconoscimento, alla comprensione, al contrasto e alla cura di tutti i tipi di traumatizzazione.


Tale iniziativa sarà importante per comprendere meglio il funzionamento dei servizi su scala nazionale, mappare la realtà dei diversi territori coinvolti e costruire nuove possibili prospettive migliorando la qualità del lavoro. I risultati della presente indagine saranno, infine, pubblicati sul sito dell'associazione: https://www.aisted.it/
 

Al seguente link è possibile partecipare (in forma anonima) alla nostra indagine:

CLICCA QUI PER INIZIARE

 

Con la richiesta di collaborare nella diffusione dell'iniziativa, nei diversi territori regionali e nelle diverse reti professionali,

Ringraziamo tutti per la collaborazione,

Buon lavoro!

Referenti Gruppo Forense AISTED

Monica Romei, Alessia Tomba

mail e contatti: forense@aisted.it

Ricerca sui Disturbi Dissociativi: validazione Scala PITQ di Bethany Brand

Gruppo Ricerca PITQ

Gruppo di ricerca PITQ

Costanzo Frau, Alessandro Musetti, Ursula Catenazzi

Per info: pitq2020@gmail.com

A tutti i soci AISTED

La ricerca sul trattamento del Disturbo Dissociativo di Identità (DDI) e dei disturbi dissociativi gravi è rara e ha trovato molte difficoltà per la mancanza di affidabilità e di strumenti di misura validi per la valutazione dei progressi terapeutici in questa popolazione clinica.
Il nostro lavoro con pazienti così complessi, in cui l'intervento a fasi richiede anni di terapia potrebbe avvalersi del PITQ - Progress In Treatment Questionnaires - un test che valuta l'andamento della terapia e che parallelamente può essere utilizzato durante il colloquio come strumento terapeutico per il lavoro con le parti.
Ho presentato al gruppo ricerca dell'Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione (AISTED) questo test con l'intenzione di validarlo in lingua italiana e renderlo disponibile a tutti i terapeuti che lavorano con i disturbi dissociativi.

CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO DI PRESENTAZIONE DELLA RICERCA!


Bethany Brand, una delle autrici fa parte di un gruppo di ricerca internazionale per la valutazione dei trattamenti piú efficaci per i disturbi dissociativi (TOP-DD) (Vedi https://topddstudy.com/pitq.php). Nel processo di validazione della versione italiana che sto portando avanti con i colleghi ricercatori Alessandro Musetti e Ursula Catenazzi abbiamo bisogno della collaborazione di almeno 100 coppie di terapeuti-pazienti.
La validazione del PITQ-t e PITQ-p non richiede un eccessivo impegno per il terapeuta che deciderà di collaborare, dato che la somministrazione dei test avverrà in un'unica fase.

Potranno partecipare alla ricerca i terapeuti che lavorano con i disturbi dissociativi e che seguono un paziente con disturbo dissociativo da almeno 3 mesi. Crediamo che con la collaborazione di tutti possiamo rendere disponibile per i clinici italiani questo importante test per la valutazione del trattamento dei DD.

 

Costanzo Frau
Socio AISTED, Referente Italiano ESTD

Per info: costanfrau@gmail.com

Report dal Workshop con Lisa Schwarz

Lisa Schwarz CRM

"I Paradossi, le Radici, la Guarigione"

24 Gennaio 2021 AISTED

Anche quest'anno abbiamo aperto l'Anno Associativo con un evento che riportasse al centro alcuni principi ispiratori del nostro Statuto e della nostra vita associativa: esplorare il panorama internazionale attuale nell'ambito della clinica del trauma complesso e della dissociazione, offrire uno sguardo aperto e integrato alle soluzioni cliniche nuove per arricchire i nostri strumenti terapeutici attuali, restare ben radicati nel perimetro della ricerca neuroscientifica sul trauma, come cornice di lavoro e di comprensione rigorosa e imprescindibile nella concettualizzazione del paziente, della sua storia, dei suoi sintomi e delle sue strategie di adattamento agli eventi avversi.

Lisa SchwarzCome con Roger Solomon lo scorso 25-26 Gennaio 2020 a Milano, anche quest'anno con Lisa Schwarz abbiamo deciso di offrire a tutti i soci AISTED l'opportunità di ascoltare una voce fuori dal coro, per confrontarci insieme su come da una diversa concettualizzazione e metodologia clinica, si possa lavorare in modo profondo e trasformativo tenendo ben saldi alcuni aspetti e principi centrali comuni del delicatissimo lavoro di elaborazione sul trauma e sulla dissociazione cui tutti noi ci dedichiamo.

Il Workshop del 24 Gennaio si è concentrato sul tema del “Paradosso nel trattamento dei disturbi dissociativi”, con l'obiettivo di presentare i fondamenti essenziali e i principi ispiratori del più ampio e complesso lavoro che la Schwarz propone nel suo Comprehensive Resource Model (CRM).

Per i Soci AISTED, trovate qui accesso alla Dispensa integrale in Area Riservata!

 

La guarigione.

L'intervento di Lisa Schwarz colpisce sin da subito: la prima considerazione su cui ci porta con forza e determinazione è l'idea che il processo di guarigione del singolo non riguardi solo la stanza della terapia, ma si rifletta inevitabilmente in un lavoro di guarigione globale di tutta l'umanità e che la guarigione sia soprattutto un viaggio di ampliamento della propria coscienza personale che comporta l'attraversamento del dolore del passato e l'accettazione della Verità della Vita come unica via verso l'integrazione e dunque verso la salute, mentale, emotiva, fisica e spirituale. Il concetto di Verità della Vita è vicino all'idea del graduale processo di Realizzazione, Presentificazione e Personificazione delle esperienze del passato (Van der Hart, Nijenhuis, Steel, 2011), che è l'esatto contrario di quello che avviene nel trauma in cui la mente invece si distacca e disorganizza proprio allo scopo di Non-Realizzare quello che risulta un dolore emotivamente intollerabile e sopraffacente per la mente umana. La Verità della Vita per Lisa Schwarz rappresenta tutto questo processo e allo stesso tempo un obiettivo terapeutico fondamentale da costruire strato dopo strato e nel rispetto assoluto della sicurezza emotiva, ma insieme aggiunge immediatamente qualcosa in più: una dimensione spirituale e collettiva che colloca il lavoro terapeutico in una cornice di senso nuova e inclusiva verso ogni sfumatura presente in ogni esperienza umana e dunque anche nel trauma. La “sacralità” del percorso di scoperta di sé appare centrale nel commitment alla terapia e ci dice già molto dell'energia necessaria a tutto il complesso processo di guarigione.

 

I paradossi, le radici, gli ostacoli.

Nella condizione umana risiede la verità secondo cui non c'è soluzione al paradosso: il più potente tra essi è il bisogno di amore e la contemporanea presenza di paura.” (Lisa Schwarz)

Devo attaccarmi per sopravvivere, se mi attacco potrei morire.” Il paradosso con cui iniziamo a ragionare con Lisa è il più difficile, ma allo stesso costituisce la radice primaria di tutti i paradossi successivi: il trauma d'attaccamento. Il paradosso che affiora nell'attaccamento disorganizzato e che siamo abituati a identificare come “paura senza sbocco” è il risultato di esposizione a eventi sopraffacenti e terrifici che hanno determinato nel sistema nervoso la necessità di una soluzione drastica per non sentire, il distacco/dissociazione. Nessun cervello umano può biologicamente tollerare una condizione prolungata di totale impotenza e terrore e la via d'uscita è appunto il paradosso: la mente inizia a frammentarsi per compartimentalizzare il dolore e per bloccare le reazioni primitive che non servono alla sopravvivenza, ma questo processo allo stesso tempo crea ostacoli e strategie stereotipate che resteranno lì anche molto dopo la loro utilità, fino a diventare ostacoli alla piena realizzazione ed espressione del proprio percorso evolutivo.

Alcune credenze ad esempio possono essere contemporaneamente la fonte di dolore e la soluzione per evitare di riesporsi a quel dolore: “Non sono amabile”, “Non merito amore”, “Non ho bisogno di nessuno per vivere”, “Potrei essere inumano, alieno”, “Non dovrei esistere”, “Non esisto”. Il paradosso dell'attaccamento dunque è la radice che crea altri paradossi necessari all'adattamento e al portare avanti la vita quotidiana, nonostante la continua e persistente condizione di minaccia. Sappiamo che quando la minaccia è unica e isolata, non richiede questo grado di trasformazione e adattamento, ma quando la minaccia si fa ripetitiva e cumulativa la mente e il cervello iniziano a modificarsi su tutti i livelli (fisiologico, somatico, emotivo, cognitivo) per garantire la sopravvivenza migliore possibile.

Il dolore della Radice primaria per Lisa Schwarz origina in questo tipo di esperienze intollerabili della prima infanzia ed è lo strato più profondo e importante da elaborare, ma è anche il più “presidiato” dalle difese animali primitive (attacco, fuga, congelamento, sottomissione, resa/distacco) che sono dovute intervenire nel passato e che continuano a riattivarsi nel presente ogni volta che il processo terapeutico si avvicina a quello strato di sofferenza.  Per questo è importante osservare tutti i livelli di paradosso, dalla radice originaria alle ramificazioni successive che avvolgono e proteggono il dolore, ma che allo stesso tempo creano gli Ostacoli alla guarigione.

Alcuni esempi che tutti noi incontriamo continuamente in terapia e nelle narrazioni:

Non riesco a collegarmi con gli altri, non riesco a stare da solo.”

Io SONO questo, io NON sono questo.”

Ho paura di morire, sono eterno.”

Sono potente, sono vulnerabile.”

Essere potenti non è sicuro, essere impotenti non è sicuro.”

Non sono abbastanza, sono troppo.”

Ho diritto di difendermi, non posso fare niente per difendermi.”

La rabbia è la mia forza, la rabbia è la mia prigione.”

Elaborare i paradossi. Nel corso della terapia è cruciale intercettare ogni singolo paradosso che affiora nelle narrazioni dei pazienti e seguire a ritroso la trama che i paradossi hanno intracciato nello sviluppo dell'individuo, per poter decostruire e smantellare gradualmente tutto quello che la mente ha dovuto costruire per evitare o tollerare meglio il dolore. Gli elementi essenziali del lavoro della Schwarz appaiono in parte assimilabili a quello che siamo abituati a considerare nella concettualizzazione della Dissociazione Strutturale della Personalità (Van der Hart, O., Nijenhuis, E.R.S., Steel, K., 2011): la presenza di difese primitive bloccate nelle memorie traumatiche che entrano in conflitto nel presente con i bisogni dell'Adulto e con le parti della personalità che hanno strutturato difese di evitamento verso le sensazioni, le emozioni o i ricordi disturbanti. I conflitti tra parti o fobie tra parti, come siamo abituati a concettualizzarli grazie ai noti lavori clinici di Dolores Mosquera e Anabel Gonzalez (2015), Jim Knipe (2019), Kathy Steele, Suzette Boon, Onno Van der Hart (2017), Janina Fisher (2017) ed altri, vengono qui considerati e affrontati in modo diverso: il focus proposto dalla Schwarz è di osservare e “restare” innanzitutto nella tensione somatica creata dai due poli contrapposti del paradosso, allo scopo di abbassare il livelli di reattività del circuito neurochimico collegato, riconoscerne la funzione emotiva nel passato ma anche di smantellarne l'utilità nel presente, senza avviare un effettivo confronto tra le parti, ma mantenendo l'attenzione nel qui ed ora, saldamente centrata tra i due poli del paradosso.

Lavorare con ogni lato del paradosso separatamente e senza alcun attaccamento all'esito, né desiderio di risultato: significa lavorare con le radici che alimentano ogni lato del paradosso. Ciò significa smantellare l'intensità e la neurobiologia del circuito che lega il paradosso al sistema nervoso autonomo (SNA), lavorando attraverso le emozioni e il dolore originali che guidano ogni lato del paradosso senza alcuna intenzione di cambiare quel "lato" del paradosso.” (Lisa Schwarz)

Non sempre dunque è necessario elaborare queste tensioni attraverso un lavoro diretto ed esplicito sulle Parti emotive o Parti dissociative, sebbene a volte sia indispensabile, ma più spesso secondo la Schwarz è importante stare sulla tensione fisiologica per accompagnare la mente a lasciar fluire e uscire dal sistema emotivo la tensione che ha creato a monte il paradosso, in modo tale che il paradosso stesso non sia più necessario e non si attivi più in automatico.

In questo processo emergono ovviamente molti Ostacoli, che presidiano l'accesso al dolore e ne impediscono la risoluzione. I primi e più importanti ostacoli da indentificare per la Schwarz sono:

- la Paura di un percorso terapeutico intenso: paura di Ricordare, paura di Vivere emozioni/dolori insopportabili che non sono mai stati esperiti pienamente, che hanno tolto il respiro, che hanno cambiato tutto "per sempre"; paura di Esperire la Verità della Vita (VdV) in modo viscerale anziché solo come narrazione, paura di Esperire la Verità della Vita con i genitori che sono stati nella realtà e nei limiti, paura di Essere in una relazione sana con il sé e con l’altro; paura di perdere il controllo.

- la Paura della Guarigione: la paura di cambiare la propria identità (se guarisco perderò il mio status di vittima); la paura di dover essere un adulto responsabile (non mi è mai stato permesso di essere un bambino quindi mi rifiuto di essere un adulto ora); la paura di avere il controllo; la paura di scegliere; la paura di lasciarsi qualcuno alle spalle.

Gli Ostacoli potrebbero essere tutti concettualizzati come fobie – fobia dello stato interno, fobia di una o più parti, fobia verso le emozioni o azioni di una o più parti,.. - e si possono presentare in tutto l'arco del processo terapeutico con varie manifestazioni cliniche: disregolazione emotiva, comportamenti autolesivi o suicidari, alti livelli di vergogna, aumento di comportamenti di dipendenza affettiva, rifiuto a fare pratica tra una seduta e l'altra, conflittualità nelle relazioni. Le strategie di intervento possono essere molte, ma su tutte il focus su cui ci invita la Schwarz è di nuovo duplice, elaborare la tensione creata dall'Ostacolo procedendo simultaneamente su due fronti: da un lato smantellare cognitivamente le credenze disfunzionali che mantengono gli ostacoli attivi e dall'altro aiutare l'Adulto del presente ad elaborare fisiologicamente e somaticamente la paura che sta sotto l'ostacolo e che si apre via via che l'ostacolo viene smantellato. La Paura è sempre l'emozione primaria che si trova sotto l'Ostacolo. Quindi di nuovo l'Ostacolo non è solo una difesa o solo una fobia o solo una Parte emotiva o solo una Parte perpetratrice, ma è l'insieme delle polarità che lo hanno strutturato e le contiene tutte. In questa chiave l'Ostacolo diventa l'insieme di più tensioni che vanno osservate nella loro interezza, nel loro presentarsi insieme nel momento presente.

 

Le risorse, la sicurezza.

L'elaborazione delle memorie traumatiche non significa raggiungere, provare o stimolare reazioni emotive intense. Spesso nel lavoro sul trauma possono avvenire forti abreazioni o svilupparsi emozioni molto intense, che non sempre sono tuttavia il segnale di una buona o completa elaborazione emotiva. Il lavoro di elaborazione con le Radici del dolore, e cioè con gli eventi traumatici generatori delle emozioni di terrore e impotenza, implica un contatto pieno e diretto con il dolore così come è stato all'origine, ma a partire da una solida centratura nel presente e nelle risorse del presente. Lo scopo della elaborazioni non è rivivere il dolore, ma sentire oggi di poterlo attraversare nella sua interezza e con ogni dettaglio presente nella memoria (sensoriale, somatico, emotivo, cognitivo), senza omissioni ma senza esserne sopraffatti. In questa chiave la “paura senza sbocco” è considerata dalla Schwarz una credenza disfunzionale del paziente, emotivamente connessa al terrore del passato, ma è molto importante come terapeuti del trauma ricordare e sapere che nel presente dell'Adulto e nel presente della seduta terapeutica lo sbocco c'è ed è nel processo di elaborazione di quella tensione e di quel dolore, elaborazione che permette al cervello di ritrovare la sicurezza prima fisiologica e poi emotiva per tenere insieme e intera la coscienza di sé e della propria storia. Un dettaglio scontato forse, ma non sempre così facile da tenere vivo e presente nella stanza della terapia.

Spesso nei terapeuti del trauma c'è l'urgenza di lavorare sulle Radici del dolore senza sufficiente cura nel creare le Risorse nel presente o al contrario c'è una tendenza ad evitare il dolore alla Radice, perché si è condizionati dal desiderio di proteggere o dalla convinzione che non ci sia davvero soluzione per sopportarlo e superarlo. Entrambe le posizioni possono diventare Ostacoli alla guarigione. Essere troppo accudenti o compassionevoli, può allontanare dal processo di guarigione, esserlo troppo poco rischia di far sentire il paziente inadeguato o spaventato di fronte alle richieste della terapia: esserlo fino in fondo per la Schwarz vuol dire stare accanto al dolore con determinazione, ma con una mappa chiara di lavoro, con una cognizione precisa di quello che succede momento per momento e disposti a fare scelte coraggiose di fronte alle emozioni più intense e disturbanti.

Il modello di terapeuta proposto dalla Schwarz è un modello di terapeuta che tiene saldamente in mano la rotta e la visione complessiva del processo terapeutico e che è in grado di co-regolare la finestra emotiva del paziente, con compassione e fermezza. Non attraverso lo sviluppo di un attaccamento sicuro verso di sé come esperienza riparativa, processo che la Schwarz considera pericoloso e inefficace soprattutto con pazienti molto disorganizzati, ma al contrario aiutando il paziente a sviluppare nel suo sistema emotivo il giusto grado di commitment e responsabilità nel cercare la sicurezza e le risorse all'interno e non fuori.

Costruire le Risorse è dunque, di nuovo, un lavoro sincrono su due Radici: quella dell'attaccamento/accudimento che permette di creare condizioni di sufficiente sicurezza nel presente della terapia e quella dell'esplorazione che stimola curiosità e una realistica speranza di poter stare meglio, guidando il paziente a trovare risorse e strategie più efficaci per navigare e regolare le sue emozioni.

In questa ottica l'aspetto cruciale non è solo creare le Risorse, ma soprattutto creare l'Accesso alle Risorse nell'esatto momento del bisogno, aspetto banale ma non sempre adeguatamente considerato e valutato. Spesso i pazienti mostrano un alto funzionamento e buone risorse per gestire la vita quotidiana, anche in presenza di gravi sintomi dissociativi. Tuttavia negli episodi di disregolazione, amnesia o dissociazione quello che succede è che nessuna risorsa compare nel sistema, quello che è accessibile nella vita quotidiana risulta non presente o completamente irraggiungibile o inefficace nel regolare il dolore che affiora. Questo rischia di riproporre durante il lavoro terapeutico i sentimenti di impotenza verso le emozioni del passato e di “rinnovare” il dolore, anziché attraversarlo per superarlo. Come mettere le Risorse al servizio del sistema emotivo e dell'elaborazione del dolore?

 

Il Double Dutch.

Letteralmente il “Doppio Olandese” è un gioco derivato dal salto alla corda, in cui si impiegano due corde che vengono girate in due direzioni opposte. La persona o il gruppo di persone che saltano all'interno di queste corde spesso alternano mosse ginniche o di break dance per riuscire ad “entrare” nella finestra temporale giusta che permetta il salto all'interno dello spazio che il movimento armonico delle due corde crea di volta in volta.

La metafora proposta dalla Schwarz rende la complessità e insieme l'equilibrismo spesso necessari nel lavoro di elaborazione delle memorie traumatiche, ma allo stesso tempo permette di realizzare immediatamente che per la riuscita completa di un buon processo di integrazione è necessario considerare più aspetti nello stesso momento, e tutti importanti.

L'immagine del Double Dutch esprime al meglio questa sincronicità: il graduale avvicinamento alla “corda” del Trauma, che è la parte più difficile da elaborare, deve essere garantito dalla presenza sincrona della “corda” delle Risorse. Non solo prima o dopo quindi, ma durante tutto il lavoro.

Anche qui torna il filo conduttore del workshop e del modello della Schwarz: il lavoro terapeutico non è solo sequenziale nell'affrontare diversi aspetti del trauma o diversi eventi avversi, ma è sempre anche un lavoro che muove contemporaneamente su più strati e ogni clinico deve essere allenato a leggere e interpretare tutti i livelli di attivazione coinvolti in ogni singolo momento del lavoro terapeutico. Il piano neurochimico e fisiologico delle risposte di Difesa primitive, incrocia il sistema di attaccamento e i livelli superiori di regolazione emotiva ed elaborazione cognitiva. Solo quando è possibile sincronizzare perfettamente tutti i circuiti coinvolti in una memoria, si crea la finestra temporale perfetta per “saltare” nei ricordi e processarli in sicurezza, seguendo un processo organico di integrazione di quell'evento nella storia dell'individuo, sul piano fisiologico, somatico, emotivo e infine cognitivo, tale da modificarne l'impatto nel presente.

***

Molti modelli e tecniche terapeutiche di lavoro sul trauma e sulle memorie traumatiche, stanno registrando oggi la complessità di questo lavoro e la necessità sempre più chiara a tutti i clinici e psicotraumatologi che quando si lavora con il trauma complesso e con la dissociazione il lavoro diventa meno lineare: il processo di elaborazione deve in questi casi necessariamente intrecciarsi alla continua e costante ricerca di ancoraggio al presente, in modo più attento e accurato rispetto a quando si lavora con persone che hanno vissuto un trauma singolo, che non presentano una struttura dissociativa e che riescono ad accedere in modo più diretto alle risorse interne.

In modo trasversale a tanti diversi approcci terapeutici che lavorano sul trauma (EMDR, CBT Trauma-Focused, Terapia Sensomotoria), solo per citarne alcuni, appare sempre più chiaro che la Stabilizzazione nei casi complessi con sintomi dissociativi non sia da considerarsi solo una fase preparatoria e al servizio della successiva fase di Elaborazione, come nell'originaria formulazione del Modello Trifasico (Pierre Janet), ma debba essere considerata essa stessa un processo trasformativo: che permette cioè a chi non ha potuto vivere e consolidare nell'infanzia alcuna esperienza di protezione nel proprio sistema interno, di creare nel presente e mantenere uno stato di sicurezza neurobiologico e neurochimico a livello cerebrale e corporeo, anche quando non c'è una sufficiente sicurezza emotiva.

Solo questo solido accesso alle Risorse può garantire il corretto processamento della memoria, restando pienamente connessi al passato, pienamente connessi al presente e finalmente in grado di integrare e ampliare la coscienza in entrambe le direzioni, senza lasciare indietro niente e potendo finalmente esplorare ogni angolo della mente senza paura.

Il lavoro con le Parti: di cosa parliamo? Quando serve?

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Che cosa sono le parti dissociative e come o quando introdurre il linguaggio delle “parti”?

di Cristiana Chiej

Dall’articolo di Dolores Mosquera pubblicato nella Newsletter ESTD, volume 10, numero 3, Dicembre 2020

 

Chi lavora con storie di pazienti con trauma complesso sa che questo implica il doversi continuamente confrontare con le parti dissociative e le sfide che ne derivano, incluso l’utilizzo appropriato del linguaggio delle parti.

In questo interessante articolo Dolores Mosquera dà risposta alle domande che più frequentemente emergono su questo tema fondamentale e delicato, accompagnandoci in una riflessione proprio sulle parti dissociative e sul modo in cui è opportuno parlarne in seduta con i pazienti.

 

  • Che cosa sono le parti dissociative?

Questi pazienti non sperimentano un senso di sé unitario: l’esperienza del non-me è l’essenza del disturbo dissociativo. Le parti dissociative spesso hanno una loro distinta prospettiva in prima persona, un loro distinto senso d’identità, che emerge nel modo in cui i pazienti parlano della loro esperienza interna, come se appartenesse a qualcun altro. Questa mancanza di personificazione è testimoniata dall’uso frequente della terza persona per descrivere ciò che sentono, vedono o notano rispetto alle parti dissociative, come fossero persone diverse.

Certamente non tutte le parti hanno un senso d’identità così distinto: le parti emotive bloccate al tempo del trauma, ad esempio, non hanno una loro memoria autobiografica né una distinta prospettiva in prima persona, ma vengono comunque percepite dai pazienti come estranee, poiché non riescono a controllarle e sentono che queste parti agiscono in modo autonomo. Queste parti non sono orientate nel tempo né consapevoli della realtà presente, e per questo motivo è così difficile lavorare con loro.

 

  • Come distinguere le parti dissociative dagli stati dell’io?

Gli stati dell’io sono diversi dalle parti dissociative perché non vengono percepiti come estranei, hanno confini più permeabili e non vi è amnesia né un’autobiografia separata. Permangono un senso di sé unitario al di là delle singole rappresentazioni mentali,

la prospettiva in prima persona ed un senso di appartenenza alla persona nella sua interezza.

In alcuni casi di trauma complesso o disturbi dissociativi è possibile trovare stati dell’io con confini meno permeabili e una certa amnesia rispetto al passato, ma non rispetto al presente. Il paziente sa che sono parti di sé, ma non le sente come tali. Secondo Mosquera possono essere concepite come sulla linea di confine fra stati dell’io e parti dissociative, ma in questo caso non c’è l’evitamento fobico che si trova invece nelle parti dissociative più autonome ed elaborate.

L’autrice fa notare come anche il linguaggio usato dal paziente testimoni la differenza fra stati dell’io e parti dissociative: nel caso di stati dell’io, infatti, il linguaggio è più spesso metaforico e riflette una prospettiva in prima persona e un senso di appartenenza che mancano invece alle parti dissociative.

 

  • Quando e quando non usare il linguaggio delle “parti”?

In generale, secondo l’autrice, il modo in cui parla il paziente aiuta a capire se sia opportuno o meno usare il linguaggio delle 

parti. Parlare di parti può aiutare la persona a mantenere una distanza fra sé e un comportamento o un vissuto che non riconosce come proprio, non comprende o non gli piace. Ma non per tutti è così. La proposta è dunque di adeguare il proprio linguaggio, parlando esplicitamente di parti se il paziente sembra essere a proprio agio nel farlo ed evitandolo quando mostra disagio. Con, tuttavia, un’eccezione: quando l’uso del linguaggio delle parti rappresenta un modo per il paziente di non assumersi la responsabilità di un proprio comportamento. In alcuni casi, inoltre, i pazienti parlano delle loro parti come fossero persone diverse dentro di loro, attribuendo loro un’autonomia eccessiva. In queste circostanze, il suggerimento è di affiancare il nostro linguaggio delle parti al linguaggio usato dal paziente, tenendoli entrambi, come a creare un ponte.

 

  • Come lavorare con o parlare delle “parti” quando i pazienti non si sentono a loro agio nel riconoscere di avere delle parti?

Non sempre, infatti, i pazienti riconoscono facilmente di avere delle parti e sono disposti a parlarne in modo esplicito. Mosquera dà un utile suggerimento per uscire da questa difficoltà: esplorare l’esperienza interna del paziente insieme a lui, indagando l’eventuale presenza di conflitti interni o la difficoltà ad esprimere ad altre persone ciò che loro vivono. Il modo in cui i pazienti parlano, le parole che usano, aiutano il terapeuta a capire come vivono il loro mondo interno. E’ importante ricordare che alcuni termini, come “personalità” o “persone interne”, aumentano il senso di separatezza fra le parti, mentre altri, come ad esempio il termine “aspetti”, la sminuiscono, non rendendo conto del fatto che nelle parti vi sia una propria prospettiva in prima persona.

In conclusione, ciò che sottolinea l’autrice, è  l’importanza di adattare e personalizzare sempre l’intervento terapeutico ed il linguaggio in modo creativo. Sarà importante adeguare il proprio lessico in modo da comunicare ed esplorare l’esperienza interna del paziente facendolo sentire a suo agio, senza forzature.

 

Assemblea AISTED e Workshop con Lisa Schwarz, 24 Gennaio 2021

BUON NATALE!

Care socie e cari soci,
vi scriviamo per aggiornarvi sulle ultime notizie.

Nei mesi scorsi ci siamo confrontati nei vari gruppi, abbiamo studiato e riflettuto insieme sulle sfide che questo 2020 ci ha posto davanti e abbiamo fatto crescere la nostra rete in forza e partecipazione.
L'Ebook Gratuito "Affrontare il trauma psichico" ci ha permesso di raggiungere tanti colleghi, soci e non-soci, e cittadini che hanno potuto avere un aiuto in più nel mare di informazioni legate ai rischi di traumatizzazione cui tutti siamo stati e siamo esposti in questi mesi.

Con i Gruppi di lavoro saremo fermi fino a gennaio 2021, ma siamo lieti di annunciarvi in anteprima che inizieremo il Nuovo Anno con un evento GRATUITO per tutti i soci AISTED:

Il 24 Gennaio 2021: 
Seminario online con Lisa Schwarz + Assemblea generale 2021

LAVORARE CON I PARADOSSI NEL TRATTAMENTO DEI DISTURBI DISSOCIATIVI

Lisa Schwarz

 

Lisa Schwarz è una psicoterapeuta esperta di lavoro su trauma e dissociazione, ideatrice e sviluppatrice del Comprehensive Resource Model (CRM). Il CRM è un modello di terapia del trauma che pone al centro della guarigione l'attenzione a coltivare un senso di sicurezza di base per il paziente, sul piano innanzitutto fisiologico e somatico, come base per la guarigione. E' autrice principale di del testo The Comprehensive Resource Model®, Tecniche terapeutiche efficaci per la guarigione del trauma complesso. Lisa ha passato gli ultimi 35 anni a creare metodi efficaci per lavorare con PTSD complesso, disturbi dell'attaccamento, traumi gestazionali / generazionali ed espansione della coscienza. Vive a lavora a Pittsburgh, in Pennsylvania. Il suo lavoro collega la neuroscienza e la coscienza nella guarigione del trauma attraverso una combinazione di psicoterapia tradizionale, terapia somatica e metodi di guarigione indigeni. È una praticante certificata del Trauma Model di Colin Ross e della terapia Source Point di Robert Schrei. È addestrata in Usui Reiki, psicologia transpersonale e ha studiato il respiro e i concetti somatici di Richard Brown, MD, Jeremy Youst e Barbara Barnett.
 

IL SEMINARIO SI TERRA' ONLINE SU ZOOM E PRESTO VI INVIEREMO TUTTE LE INDICAZIONI

PER ISCRIVERSI E PARTECIPARE!

L'evento sarà gratuito per i soci in regola con il Rinnovo 2021.
Per chi non avesse già provveduto: 
IBAN: IT41K0311101616000000000144
Quota Associativa 2021: 40 euro

da inviare a: segretario@aisted.it

Per i non soci, sarà possibile iscriversi ad AISTED e partecipare all'evento: ISCRIVITI AD AISTED!

Sperando di vedervi presto,
Auguriamo a tutti un sereno Natale!

COMPRENDERE I DISTURBI DISSOCIATIVI: una guida per pazienti e familiari

Ghost-shape from Shutterstock

COMPRENDERE I DISTURBI DISSOCIATIVI
Una guida per i pazienti e i loro familiari


A cura di Costanzo Frau ed Emanuele Pasquali
Studio di Psicoterapia e Ricerca Trauma e Dissociazione (SPRTD)

L'iniziativa ha ottenuto il Patrocinio AISTED

di Costanzo Frau

La sintomatologia dissociativa non viene molto spesso indagata dai professionisti della salute mentale che lavorano nei servizi pubblici e negli studi privati. Questo nonostante il sintomo di depersonalizzazione sia molto frequente tra la popolazione clinica. Ledifficoltà nell'indagare questa sintomatologia dipendono sia dalla poca attenzione che nel corso degli anni è stata prestata alla categoria dei disturbi dissociativi sia alla difficoltà che ha il paziente nel descrivere questi stati della mente.


Eppure i disturbi dissociativi hanno una frequenza abbastanza alta. La prevalenza dei disturbi dissociativi complessi nella popolazione clinica è elevata, all’ incirca del 10% e solo il 5% di essi riceve una corretta diagnosi. Per esempio il Disturbo Dissociativo dell’Identità (DDI) presenta una prevalenza nella popolazione psichiatrica che varia tra l’1 e il 6% con una media, negli studi più estesi, del 4%.

Questa popolazione clinica riceve svariate diagnosi e solo dopo anni, se il clinico è formato, riceve quella corretta. Il paziente può per tale motivo non trovare una validazione e un riconoscimento del proprio stato di malessere.
Allo stesso modo i familiari o le persone vicine al paziente non sanno bene come comportarsi per poterlo aiutare.
Nato dalla collaborazione con l'Associazione Inglese "First Person Plural" e riprendendo i punti dell'opuscolo dell'Associazione "Mind", questo libriccino si pone come obiettivo quello di descrivere in termini semplici cosa sono i disturbi dissociativi, quali possono essere le cause e cosa possono fare i pazienti e i loro familiari quando ci si trova di fronte ad un disturbo dissociativo.
Alla fine del libriccino sono stati riportati dei contatti utili a cui si può fare riferimento per avere indicazioni sul trattamento e per qualsiasi altro chiarimento riguardo a tale problematica.


Per avere maggiori informazioni sul libriccino e per poterne ordinare delle copie contattare:


Dott. Costanzo Frau, Dott. Emanuele Pasquali
Studio di Psicoterapia e Ricerca Trauma e Dissociazione (SPRTD)
Email: psicoterapiaricercatd@gmail.com

Ri-Partiamo dalle Risorse!

Video Resourses ESTD

Di ritorno dall'estate, siamo di nuovo pronti a raccogliere insieme le nuove sfide cliniche dei prossimi mesi!

Nei mesi scorsi di incontri, intervisioni, ricerca ci siamo concentrati sulla situazione emergenziale e provato a dare risposte a tanti dubbi che hanno invaso gli spazi terapeutici, così come le nostre menti e quelle dei nostri pazienti.

La pandemia ci ha reso tutti più vulnerabili e impotenti, ma anche costretto a trovare risorse e resilienza in luoghi e spazi della mente spesso poco esplorati. Certamente ci ha fatto percepire quanto la rete di confronto possa essere importante per sentirsi protetti e per condividere i momenti critici, così come le sorprese e i risultati inaspettati che pure abbiamo raccolto nel lavoro terapeutico a distanza, per qualcuno già esplorato, per qualcuno completamente nuovo e sconosciuto.

Ripartiamo perciò da questa forza che ci è venuta dal confronto, condividendo alcune Risorse che la nostra rete europea European Society for Trauma and Dissociation (ESTD) ha messo a disposizione online nelle scorse settimane, a sostegno del lavoro di tutti i soci AISTED e ESTD:

Ellen K. K. Jepsen in "Towards a Safe Foothold in the Present":  "Verso un punto d'appoggio sicuro nel presente" per le persone che soffrono di trauma complesso o disturbi dissociativi. I video e i testi includono suggerimenti per la costruzione e l'utilizzo di varie strategie di grounding e contenimento e possono aiutare a gestire stress e traumi.

 

- Andrew Moskowitz in "Trauma, Dissociation and Attachment: An Analysis of Key Concepts and their Relationships" (accessibile gratuitamente solo per i Soci ESTD in Area Riservata): "Trauma, Dissociazione e Attaccamento: un'analisi dei concetti chiave e della loro interconnessione", Lo scopo di questo webinar è esplorare il significato e l'utilità dei concetti trauma e dissociazione, tracciare i cambiamenti nel loro significato e utilizzo dal XIX secolo ad oggi e proporre alcune linee guida su come comprenderli al meglio.

 

- Anabel Gonzalez in "Self-care of the therapist": "La cura di sé del terapeuta". I terapeuti che lavorano con il trauma devono lavorare sulla propria cura di sé. Ascoltare molte storie terribili nei nostri pazienti, mantenere una relazione terapeutica spesso impegnativa con i sopravvissuti a traumi, rendono molto importante la cura di sé del terapeuta.

Terapia EMDR, Integrazione degli interventi in età evolutiva. di Ana Gomez 2020. Ed. Mimesis

Libro Ana Gomez Terapia EMDR, Mimesis 2020

TERAPIA EMDR

Integrazione degli interventi in età evolutiva

Trauma complesso, attaccamento e dissociazione

di Ana M. Gòmez

Edizione italiana a cura di Elena Simonetta e Alessia Tomba

Ed. MIMESIS , CLINICA DEL TRAUMA E DELLA DISSOCIAZIONE

Collana diretta da Giovanni Tagliavini e Maria Paola Boldrini

 

Introduzione all'edizione italiana

di Elena Simonetta, Alessia Tomba e Milena Milani

Lavorare con l’età evolutiva è un privilegio che non tutti hanno. È importante che chiunque abbia tale possibilità come clinico, abbia già incontrato ed esplorato il proprio mondo infantile e abbia potuto riconoscere e curare le proprie ferite. Solo così sarà possibile sintonizzarsi sui piccoli pazienti che arrivano perché bisognosi di cure e solo questo ci garantirà di poter essere in totale ascolto di ciò che essi, più o meno consapevolmente, hanno bisogno di comunicare.

Per farlo occorre sintonia ma anche grande creatività e competenza clinica in modo da poter soddisfare sia il bisogno del clinico di comunicare e acquisire informazioni che quello del bambino di comprendere la richiesta e rispondere come lui sa fare..Sembra facile ma non lo è! Ancor più quando l’infanzia di cui ci occupiamo è ferita nell’anima, nelle emozioni e nel corpo ed è abitata da parti così nascoste e doloranti da richiedere estrema attenzione ma anche sicurezza nel maneggiarle.

Ana Gomez in questo libro dimostra di aver davvero un canale di ascolto sempre aperto e sintonizzato verso l’infanzia e grande creatività abbinata all’esperienza clinica, che la sostiene nell’individuare strategie meravigliose, chiare e spendibili per moltissimi bambini che possono aver bisogno di lavorare sulle proprie ferite traumatiche.

Si coglie l’immenso lavoro che l’autrice ha compiuto per “adattare” ogni fase dell’EMDR al lavoro con i bambini con traumatizzazione complessa e funzionamento dissociativo, sia delineando gli interventi sui piccoli pazienti che sul sistema familiare in genere o i caregiver in particolare.

Terapia EMDR, di Ana GomezL’autrice con questo libro facilita la comprensione da parte dei colleghi terapeuti del sistema di cura dei traumi infantili e della sua importanza nella trasmissione dello stile di attaccamento del genitore alla generazione successiva. Secondo la Gomez la domanda che i genitori devono porsi deve riguardare come poter capire il proprio figlio e i suoi bisogni non soddisfatti, promuovendo curiosità e motivazione a conoscere il bambino a un livello più profondo. Allan Schore scrive che “l'attaccamento è la regolazione della sincronia interattiva", per cui le interazioni genitore-figlio che favoriscono la sicurezza dell'attaccamento mostrano la presenza di sincronia emozionale. Tele sintonia è importante anche quando per il genitore risulta difficile promuovere un legame sano con un bambino che si cimenta in quelli che la Gomez chiama comportamenti di "respingere" e "tirare".

È sicuramente “INTEGRAZIONE” la parola chiave che racchiude tutti gli aspetti clinici dell’impegno terapeutico.

Il lavoro della Gomez integra con la terapia EMDR il pensiero di una grande esperta internazionale di dissociazione come Frances Waters, la Theraplay, l'Internal Family Systems (IFS), la psicoterapia Sensomotoria e la Sand Play Therapy e dimostra come il clinico del trauma infantile possa intervenire su questa patologia in modo più efficace utilizzando e integrando varie metodologie, insieme. Questa modalità di lavoro valorizza il funzionamento della terapia EMDR rendendola uno strumento che esprime la capacità di catalizzare tutte le metodologie citate, fornendo un valido aiuto nella elaborazione della dissociazione infantile.

È notevole e significativo lo spazio dedicato da Gomez alla fase di preparazione all'EMDR al lavoro sul trauma in generale: evidenzia in tal senso l’importanza della conoscenza della teoria polivagale di Porges (2011) e della necessità di poter attivare diversi sistemi di funzionamento nella fase preparatoria del lavoro (il sistema di attaccamento, di difesa, quello di esplorazione e del gioco, quello affettivo ed emotivo) illustrando come avviare tale processo sia con i bambini che con i caregiver (capitolo 3). Nel capitolo 4 dedica specificatamente ampio spazio alla costruzione delle competenze e delle risorse necessarie per accedere al percorso terapeutico di elaborazione del trauma con l’EMDR. Qui comprende la necessità di aiutare familiarizzare ma soprattutto capire il significato di ciò che è importante mettere a fuoco e definire (da un punto di vista cognitivo, emotivo, affettivo) durante la terapia EMDR. Estremamente utile e approfondito quanto riportato nel capitolo 7 relativamente alle strategie di preparazione avanzate per i bambini con funzionamento dissociativo. L’autrice traduce con ammirevole semplicità ma al contempo efficacia, ciò di cui i bambini dissociativi necessitano per affrontare tale percorso offrendo spunti, strategie e indicazioni dettagliate su come lavorare con loro in vari ambiti.

Appare evidente quanto sia fondamentale ed imprescindibile anche per l’autrice la fase di stabilizzazione (preparazione) dei bambini prima di poter entrare in contatto con il materiale traumatico vero e proprio nelle fasi di lavoro successive. Questo comporta il lavoro con tutti gli aspetti che concorrono nel favorire la stabilizzazione includendo in primis la presa in carico dell’intero sistema familiare (capitoli 5 e12) e, nello specifico, il lavoro con i caregiver.

Da questo punto di vista il connubio messo in atto dall’autrice tra EMDR e Theraplay rappresenta uno sforzo unico nel suo genere. I due modelli condividono le fondamenta teoriche della Teoria Polivagale di Porges ma si differenziano per gli obiettivi di lavoro. Se l’EMDR rappresenta la terapia di eccellenza per il trauma, Theraplay ha tra i suoi obiettivi centrali la sicurezza dell’attaccamento, la regolazione degli affetti nel contesto dell’interazione genitore-bambino.

Sappiamo che il trauma in età evolutiva si presenta spesso nei termini di un trauma dello sviluppo, inteso come esperienza relazionale patogena avvenuta all’interno del sistema delle cure primarie. Quando questo succede, il sistema di attaccamento in formazione del bambino viene investito dal vissuto traumatico: le esperienze di sicurezza e di minaccia non potendo coesistere in un unico modello, divengono una struttura di memoria instabile e non integrata con le altre esperienze dell’individuo. Nell’ottica dell’AIP, questi ricordi vengono tenuti isolati al fine di garantire l’equilibrio del sistema. Tuttavia, poiché l’attaccamento e il bisogno di ricevere cure e affetto da un adulto significativo sono condizioni vitali per un bambino, è possibile che tali ricordi traumatici, comprendenti l’attaccamento, vengano prepotentemente attivati da condizioni stressanti che coinvolgono la relazione tra il bambino e il suo genitore o un altro adulto significativo con cui il bambino stabilisce un rapporto stretto.

È facile immaginare come questo possa rappresentare un ostacolo al lavoro terapeutico, nel momento in cui il clinico cerca di intervenire sulla relazione genitore-figlio o anche solo quando cerca lui stesso di stabilire una relazione con il bambino.

È qui che la sinergia tra Theraplay e EMDR può dare i massimi frutti.

Il modello Theraplay, con le sue 4 dimensioni che permettono di analizzare e intervenire sulla relazione genitore-bambino, può essere efficacemente adoperato per eliminare o attenuare tutte quelle precondizioni che possono potenzialmente ostacolare la messa in atto di un intervento EMDR. Theraplay aiuta il bambino a regolarsi e, al contempo, insegna al genitore a regolarlo, riducendo così il rischio di scivolamenti dissociativi, consente al bambino di fare esperienza di interazione interpersonale con uno stato di arousal adeguato e gli permette, di conseguenza, di vivere lo scambio con l’altro come esperienza piacevole invece che potenzialmente minacciosa.

Nel suo libro Ana Gomez è riuscita a coniugare EMDR e Theraplay in modo esemplare indicando con precisione le situazioni in cui questa integrazione può essere di beneficio e mostrando, anche con esemplificazioni cliniche, come intrecciare nella pratica i due modelli nelle diverse fasi di trattamento EMDR.

Questo libro è veramente un manuale di aiuto per il terapeuta del trauma e della dissociazione infantile. Le innovative, e valide, modalità di lavoro, che vengono qui suggerite, sono un contributo importante alla cassetta degli attrezzi del terapeuta. Infatti poter disporre di una varietà così ricca di strumenti operativi consente al clinico di trovare soluzioni adattabili ai problemi posti dal difficile intrico dissociativo.

Vi consigliamo di leggere le pagine successive con la curiosità e la disponibilità a lasciarvi stupire da ogni proposta terapeutica, lasciandovi inondare di idee e di nuove possibilità. La difficile cura del trauma e della dissociazione strutturale infantile prevede proprio la capacità di uscire da rigidi protocolli per adottare l'integrazione in terapia di differenti tecniche al fine di non far rivivere al bambino o all' adolescente vissuti di attaccamento disorganizzato o insicuro: questo è l'aspetto vincente della possibilità di guarigione.

 

Ana Gomez da questo punto di vista è un vero "chef stellato" in grado di elaborare, anche con poca materia prima, succulenti e gustosi menù integrativi.

Buona lettura e degustazione a tutti!

 

E-Book AISTED: AFFRONTARE IL TRAUMA PSICHICO: il post-emergenza.

social distancing

La pandemia che ci ha cambiato la vita

Risorse nel post-emergenza per sanitari, operatori, cittadini

di AISTED

La nostra Associazione ha lavorato sin dai primi giorni a sostegno dei soci con lo scopo di attivare un confronto attivo, fitto e mirato ad affrontare le sfide e le difficoltà della pandemia che dall'11 Marzo ha fermato l'Italia.

In particolare la nostra attenzione è stata orientata a comprendere le urgenze legate all'attività clinica in corso con i pazienti, ma anche a prevedere che tipi di sofferenza potessero originare da una situazione così nuova e pervasiva per tutti e quali fasce di popolazione potessero rischiare di più rispetto allo sviluppo di sofferenza psicologica e psicopatologia nel periodo successivo, con grande attenzione soprattutto agli operatori sanitari coinvolti sul campo ed esposti a condizioni di stress acuto durante tutta la Fase 1 di questa pandemia. Dalle riflessioni emerse nei gruppi di lavoro, è nata l'idea di produrre un E-Book che potesse essere una mappa di riferimento per la Fase 2 e per i lunghi prossimi mesi di emergenza, da offrire ai soci, agli operatori, ai pazienti e a tutti i cittadini che siano interessati ad esplorare alcuni aspetti emotivi critici cui la pandemia ci ha costretto a confrontarci tutti. 

Il pensiero che ci ha guidato è stato rivolgerci soprattutto agli operatori sanitari (medici, infermieri, oss) coinvolti in prima linea in emergenza e alla possibilità di offrire loro una conoscenza specialistica utile a comprendere eventuali momenti di malessere che sono emersi durante la fase acuta o che potranno emergere nei prossimi mesi.

 

PRESENTAZIONE DELL’EBOOK

SCARICA L'EBOOK


Con la scrittura e le riflessioni raccolte in questo Ebook, desideriamo divulgare alcune conoscenze e strategie specialistiche, in modo che siano fruibili e utili a tutti gli operatori sanitari coinvolti nella gestione dell’attuale crisi sanitaria (contestuale alla pandemia da Covid19), crisi che, come purtroppo ben sappiamo, sta attivando alti livelli di stress negli individui, nelle équipes di lavoro e a livello sociale. A nostro parere comprendere la dimensione psicotraumatologica dell’esperienza di lavoro in contesti di emergenza aiuta non solo a individuare meglio i problemi in corso ma anche a comprendere e utilizzare meglio tutte le proprie risorse di resilienza.


Attraverso il seguente contributo, vorremmo rispondere alle domande:
1. cosa succede quando un evento, prolungato e ad alto impatto emotivo, investe la nostra vita?
2. quali sono le caratteristiche degli eventi traumatizzanti e dei disturbi trauma-correlati?
3. come si sopravvive a periodi di grave stress e agli eventi traumatici?
4. cosa possiamo fare per fuoriuscire nel migliore dei modi da una esperienza che mette così a dura prova la nostra capacità di gestire alti livelli di stress e avvenimenti pesanti e imprevedibili?

La comprensione del malessere psicologico costituisce il primo passo e di per sé una risorsa utile affrontare le ferite emotive lasciate da un trauma, speriamo che queste riflessioni possano essere di spunto e sostegno a chi lo leggerà.

 
Buona lettura!

Raffaele Avico 

Chiara Bellardi

 Paolo Calini

Alessandra Catania

 Matteo Cavalletti

Valeria Fusco

Camilla Marzocchi

 Giovanni Tagliavini

Ilaria Vannucci

Essere terapeuti al tempo del Coronavirus: le riflessioni di Kathy Steele.

Connection-People

Di Camilla Marzocchi

Psicologa Psicoterapeuta, Consigliera AISTED

Traduzione dal Webinar di Kathy Steele del 18 Aprile 2020,

Presso IPA – Istituto Psicologia Applicata

Trovate qui Risorsa originale: “Embedded Suffering, Embodied Self:

The Therapist in th Age of Coronavirus”

 

L'esperienza traumatica espande e contrae i nostri cuori allo stesso tempo, questo è il grande paradosso e il mistero di tutte le situazioni traumatiche e di quello che stiamo noi tutti vivendo. Questa alternanza di contrazione ed espansione è allo stesso tempo quello che ci permetterà anche di essere resilienti e di crescere dopo la sofferenza.

Essere terapeuti in questa fase ha a che fare con l'essere imperfetti, incompleti e navigare dentro una situazione confusa; il nostro senso di sicurezza e di speranza, i nostri stili relazionali imperfetti, le nostre emozioni e credenze, le nostre strategie di coping, che siano positive o negative, sono sovrastimolate.

E anche noi come terapeuti abbiamo le nostre paure, le nostre ansie e le nostre preoccupazioni. Ognuno di noi, terapeuti e pazienti, ha le sue proprie strategie per affrontare la situazione attuale e stiamo tutti imparando come accettare e sopportare il nostro dolore e la nostra vulnerabilità in una situazione completamente nuova per tutti.

Ma dall'altro lato abbiamo anche un'occasione unica e fuori dal comune di poter vivere in parallelo con i nostri pazienti esattamente la stessa identica situazione. Come possiamo mantenere la nostra competenza terapeutica, nei momenti in cui noi stessi non sappiamo come affrontarla?

Questa situazione specifica cambia completamente lo scenario e il tipo di supporto reciproco che possiamo trovare. La maggior parte dei nostri pazienti con vissuti traumatici si è trovata a vivere in completa solitudine la propria esperienza traumatica del passato, ma in questo momento il nostro corpo è assalito dalle stesse reazioni fisiologiche dalle quali si sentono assaliti i nostri pazienti.

Quello che accade ora è che siamo noi stessi soggetti a momenti di disregolazione più intensi del solito. Quindi oggi è più importante di sempre prendersi cura di sé e regolare la propria emotività con una maggiore attenzione e cura.

Il costo della cura: Come facciamo a prenderci cura dei nostri pazienti se ci sentiamo noi stessi esausti, sopraffatti, senza speranza?

Uno dei rischi che corriamo quando siamo più vulnerabili come terapeuti è di rispondere eccessivamente o di minimizzare di fronte alle richieste e bisogni dei pazienti. Mi sono accorta che alcuni pazienti non stanno riuscendo a far fronte molto bene alla situazione e chiedono il mio supporto con più intensità del solito e questo avviene in un momento in cui anche per me è necessario avere del tempo in più per me stessa. Vi incoraggio dunque a parlare con i vostri colleghi del vostro specifico bisogno di confine in questi giorni, così da poter rispondere ai pazienti nel modo migliore, che tenga conto del vostro bisogno attuale di confini e di spazio per voi stessi.

Siamo disponibili ad accettare con umiltà di non essere al 100% presenti con in nostri pazienti? Di non avere le energie che di solito abbiamo per incontrarli?

Potremmo avere preoccupazioni e pensieri che riguardano le nostre stesse famiglie, potremmo essere in difficoltà con il telelavoro o essere più a nostro agio, ad esempio mi sembra esperienza comune che fare terapia a distanza sia per molti più faticoso che in presenza. MA dall'altro lato questo può essere un incredibile parallelismo per creare un'esperienza di attaccamento sicuro: in questa esperienza possiamo riconoscere e permetterci di condividere la nostra stessa vulnerabilità e preoccupazione, offrendo ai pazienti un modeling per contattare la loro stessa preoccupazione e il loro non essere al 100%; questa profonda e umana connessione è alla base dell'esperienza di un attaccamento sicuro. Potrebbe essere un'esperienza molto confortante e rassicurante, quella di sentire che ognuno di noi sta facendo il meglio che può pur non sentendosi al 100% delle proprie possibilità e di nuovo vorrei porre enfasi sull'importaza del self-care per ognuno di noi in questa fase.

Il paradosso del dolore: più sopprimiamo, evitiamo e neghiamo il dolore reale nel presente, più sofferenza sentiremo.

Molto importante questo concetto per i nostri pazienti, ma è importante ora più che mai dirlo anche a noi stessi. Molta della sofferenza emotiva che stiamo sentendo in questi giorni è dovuta a delle vere e proprie crisi esisteziali: quelle a cui stiamo facendo fronte adesso sono crisi esistenziali che ognuno di noi conosce abitualmente nel proprio lavoro quotidiano.

  • In cima alla lista abbiamo l'isolamento sociale e la solitudine. Come terapeuti dobbiamo enfatizzare in questi giorni la differenza tra il distanziamento sociale e la mancanza di connessione e relazione con gli altri, ma allo stesso tempo è importante riconoscere apertamente che vedere i nostri parenti o amici online non è la stessa cosa che vederli dal vivo. E dobbiamo inoltre riconoscere che per i pazienti più soli e con meno contatti sociali prima della pandemia, questo può essere catastrofico.

  • Non di meno, un'altra cosa con cui fare i conti e difficile da sopportare per noi come esseri umani è la morte: il sapere che molte persone molto malate che si trovano ora in ospedale, stanno morendo da sole e che questo potrebbe compire ognuno di noi e dei nostri familiari. Questo è intollerabile per la mente umana. C'è tanta sofferenza nelle persone ei n noi stessi e può diventare molto più difficile riuscire a fare ordine nella sofferenza altrui mentre siamo tuti esposti.

  • Un altro tema cruciale è la deprivazione di libertà: è necessario comprendere che questa limitazione sta proteggendo noi stessi e gli altri dalla malattia, ma è altrettanto necessario riconoscere che questa protezione sta lo stesso avendo un impatto negativo sulle nostro economie e sul nostro lavoro e dunque sulle nostre vite. Stiamo vivendo immersi in questi doppi legami che ci complicano le cose.

Nessuna di queste sfide è di facile soluzione dal punto di vista emotivo.

Tuttavia quello che sappiamo delle crisi esistenziali è che le istanze esistenziali esistono sempre dentro di noi, solo che quando sono sullo sfondo riusciamo a funzionare molto meglio nel presente, di quando sono in luce e costantemente in primo piano nel nostro quotidiano.

E ora sono decisamente ben in vista per tutti noi.

La domanda qui è: come facciamo ad accogliere tutte queste domande esistenziali presenti e lentamente ricondurle sullo sfondo?

Uno dei modi è la condivisione della propria esperienza interna. Uno dei concetti principali che vorrei affrontare è il concetto di “Embedded suffering”, inteso come un tipo di sofferenza che è come “incapsulata” e “impressa” nel corpo e nella mente, che non è possibile mentalizzare e su cui non è possibile riflettere. Questo è il tipo di sofferenza che dobbiamo cercare di cambiare dentro noi stessi e nei nostri pazienti.

Il dolore bloccato non include speranza e riflessione. Non include nessun tipo di prospettiva o capacità di regolazione. Nella sofferenza traumatica ci sentiamo come nel passato: impotenti e senza possibilità alcuna di essere aiutati, sentiamo un bisogno disperato di liberarcene e può essere legato al nostro stesso dolore o alla sofferenza di amici o familiari. In questo tipo di dolore la sofferenza è percepita come intollerabile e questo alimenta l'urgenza di fare qualcosa per risolverlo, anziché la possibilità di ascoltare le emozioni, accettarle e comprenderle.

La reazione più normale che abbiamo come terapeuti di fronte a questa disperazione è l'istinto di salvare o di interrompere quella sofferenza che si manifesta davanti a noi, ma proprio questo istinto può costituire un grande blocco e circolo vizioso nella relazione terapeutica e nella possibilità di guarigione del paziente.

Quello che aiuta di solito nella mia esperienza è la possibilità di spostarsi dalla modalità di Embedded Suffering, bloccata nell'intensità del dolore del passato, ad una modalità di Embodied Self (Cook-Cottone; 2006, 2015a, 2015b), in cui cioè la sofferenza viene percepita e incarnata nel corpo nel presente e nel qui ed ora: la sofferenza incarnata permette di sentire il dolore restando contemporaneamente consapevoli nel qui ed ora delle proprie emozioni, pensieri e sensazioni, anche talora sgradevoli, che questo comporta, ma da una prospettiva presente e con le risorse del presente. La sfida qui è cercare di restare profondamente ancorati al presente, anche quando il presente è difficile.

Questo coinvolge il concetto della Realizzazione: la capacità cioè di accettare la realtà esattamente per quello che è o è stata. Il che potrebbe significare di non trascorrere troppo tempo a fare previsioni sul futuro, perchè il futuro potrebbe essere catastrofico, nè di non trascorrere troppo tempo a idealizzare il passato che avevamo prima della pandemia.

L'obiettivo è coltivare una speranza realistica, nel senso di una speranza che sia profondamente ancorata al presente. “Non è importante quello che ti succede, ma come rispondi a quello che ti succede” (Victor Frankl).

Essere un terapeuta incarnato significa portare nella terapia il proprio essere umani, la propria vulnerabilità, fallibilità, imperfezione, la propria disponibilità a stare in un flusso in continua evoluzione. Non ha senso porci come una persona che sta riuscendo ad affrontare tutto al 100%.

Come “essere” e come “stare” con i pazienti? Alcuni esempi.

  • Focalizzarci sul processo piuttosto che sul contenuto:

    es: “Condivido i suoi sentimenti di tristezza e paura, è qualcosa che tutti stiamo vivendo.” e NON “Sto facendo anche io fatica e funziono a mala pena, perchè sono molto ansiosa/o.”

    es: “E'diffcile essere presenti come vorremmo in questo momento. Che effetto ti fa stare qui con me sapendo che entrambi stiamo facendo del nostro meglio, anche se non è il 100%?” e NON “Non posso essere davvero presente con te in questo momento!”.

  • Cerchiamo di non colludere con il paziente nella catastrofizzazione per troppo tempo, ma torniamo a esplorare le risorse insieme:

    es: “Come è per te stare qui con me in questo momento, cercando modi di affrontare la situazione?”, “Quali cose ti aiutano di più durante la giornata?”, “Raccontami di un momento in questi giorni in cui ti sei sentito connesso o supportato da qualcuno?”, “Dimmi di un momento in cui sei riuscito/a a raggiungere qualcuno e aiutarlo in questa settimana?”

  • Focalizziamoci sull'esperienza condivisa:

    es: “Siamo tutti qui nella stessa situazione”; “Come possiamo tratttenere e conservare questa sensazione di essere insieme qui durante il resto della settimana?”

  • Focalizziamoci sull'esperienza universale:

    es: “Ci siamo tutti dentro e stiamo tutti vivendo emozioni e sentimenti simili in questa fase.”

  • Stimoliamo azioni di speranza: es “Troveremo insieme una soluzione a tutto questo.”

    Trasmettiamo l'idea che non stiamo ignorando quello che sta succedendo, ma che stiamo solo cercando di spostare l'attenzione del paziente verso un sistema fisiologico ed emotivo più legato all'ingaggio sociale e alla connessione e più adattivo. (Rif. Teoria Polivagale, Porges).

    Altre risorse possibili che ognuno di noi può avere nella propria pratica clinica:

  • Risorse somatiche: abbraccio della farfalla per chi è abituato ad isare l'EMDR, Esercizio di respiro diaframmatico

  • Risorse Immaginative: guidare la mente in luoghi piacevoli o rilassanti, immaginari o reali, o con persone sicure per noi, con personaggi fantastici o persone della nostra vita

  • Routine regolare: nell'alimentazione, esercizio, sonno,..

  • Focalizzarsi su quello che è rimasto uguale: “es: ho il mio cane, ho la mia casa, ho gli stessi amici”

 

Aree di crescita: quali elementi di crescita avremo in questa esperienza?

Magari è presto per fare queste considerazioni, ma possiamo iniziare a riflettere su questo per prepararci a questo nelle fasi successive.

Che caratteristiche ha un Sè Incarnato (Embodied Self)?

Proviamo ad esplorare alcuni aspetti emotivi che potremmo trovare dentro di noi:

  • Livello di vitalità, interessi, curiosità: cosa posso imparare da questa esperienza?

  • come muoverci da qui: come posso rendere questa esperienza generativa per me o per gli altri nel mondo? Come posso dare più qualità alla mia esperienza quotidiana?

  • Integrità: come integrare questa esperienza nel mio copro e andare avanti?

  • Dignità: com eposso onorare la mia dignità e quella dei miei pazienti e del resto del mondo?

  • Spiritualità: come posso amplificare la mia spiritualità attraverso al religione o altro tipo di esperienze? Come renso significativa l amia esperienza con il moneo e nel mondo?

  • Etica: posso trovare un modo più accurato di rispettare la mia etica personale e professionale?

Su ognuna di queste aree di crescita è possibile lavorare a lungo e approfondire infinite variabili che per ognuno di noi possono essere più funzionali e più adattive. Quello che possiamo “fermare” nel seminario di oggi, sono solo alcuni ingredienti e attitudini fondamentali che saranno utili ad esplorare tutto quello che ci siamo detti e tutte le risorse che abbiamo pensato oggi:

  1. Intenzione Compassionevole: non vuol dire essere sempre compassionevoli, ma fare in modo che il nostro orizzonte di senso sia compassionevole; possiamo essere esausti enon riuscire, ma sarà importante a mantenere viva l'intenzione di esserlo il più possibile.

  2. Connessione con se e altri: impegno da mantenere, nei nostri confini, con costanza ed intenzione

  3. Vulnerabilità e Fallibilità: permetterci di essere imperfetti

  4. Risorse e resilienza.

Ognuno di questi ingredienti può portare a quello che mi piace chiamare un “Coinvolgimento incarnato” nel mondo (Embodied Engagement), come attitudine da coltivare anche solo con alcune piccole azioni quotidiane che possano essere incrementate nel tempo e che possano crescere ogni giorno con noi.

PTSD: CHE FARE? di Raffaele Avico e Davide Boraso

PTSD: CHE FARE? di Raffaele Avico e Davide Boraso

Teoria, strategie di controllo e avanguardia nella gestione

dello stress post-traumatico

PREFAZIONE

di Alessia Tomba

Nel 1980, con l’introduzione del PTSD e del DAS, il DSM-III ha di fatto dato avvio ad un notevole cambiamento: ha di fatto riconosciuto che almeno due categorie diagnostiche richiedevano la valutazione della loro causa fra i criteri da utilizzare per la diagnosi (Liotti, 2011).

Dal 1980 la psicologia, la psichiatria e le neuroscienze hanno sviluppato ed approfondito sempre più molteplici aspetti del funzionamento psichico, neurovegetativo, cerebrale, ormonale (etc.) nelle persone vittime di esperienze traumatiche.

Come è noto, il riconoscimento dell’impatto di fattori traumatici nell’eziologia dei disturbi psichici è oggi supportata dalle importanti modifiche apportate nel DSM-V nel quale è stata dedicata, finalmente, un'intera parte ai “Disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti” (APA, 2014); ancora molto c’è da fare in tal senso ma siamo sulla buona strada.

Ad oggi molteplici sono gli sviluppi teorici, terapeutici, neurobiologici che oggi si focalizzano sullo studio del funzionamento che sul trattamento di pazienti che hanno sintomatologie di eziologia traumatica, sia nel caso del PTSD (trattato in questo libro) che del PTSDc.

Data la complessità della materia e il bisogno di una integrazione tra i vari possibili livelli di intervento, si può correre il rischio di perdere un po’ il filo tra ciò che la letteratura propone sul tema, le teorie, le formazioni, gli approcci, le strategie di intervento e  la chiarezza che ciascun clinico deve mantenere su dove e come dirigere l’intervento, e sulle variabili da aver SEMPRE E COMUNQUE ben accese e definite nella mente durante il percorso, come dei fari che orientano il capitano al timone di una nave nella tempesta.

Da questo punto di vista il lavoro di Raffaele Avico e Davide Boraso, raccolto in questo libro, assolve ad un bisogno centrale  per tutti i clinici del settore ma anche per i pazienti che volessero meglio orientarsi nella complessità dei sintomi che spesso li abitano, rimettendo a fuoco il tema.  Per descrivere la complessità iniziano dall’esperienza clinica, da casi specifici, per offrire in seguito una dettagliata descrizione della maggior parte dei “concetti”  che sostengono la riflessione teorica e il trattamento di questi pazienti.

Partono in modo genuino dal proprio lavoro come specialisti che si occupano sia di pazienti con doppia-diagnosi che come terapeuti. In tale ambito emerge con forza un bisogno essenziale, quello cioè di dover lavorare come prima cosa sul controllo del sintomo spesso legato ad un fallimento nel sistema di regolazione interna. A causa di questo, essi sottolineano, deriva la frequente relazione con patologie legate all’abuso di sostanze che assolvono ad una funzione regolativa, per quanto quasi sempre disfunzionale. 

Da qui prende avvio il lavoro di tutto il libro che ripropone con ricchezza di nozioni cliniche e riferimenti scientifici gli assunti teorici e le principali teorie di riferimento insieme ad approfondimenti forse meno noti ma degni di notevole interesse. A tal proposito ho trovato davvero utile e stimolante tutta la parte dedicata ad approfondire assonanze e differenze tra il funzionamento post traumatico nell’uomo e negli animali quali scimpanzé e cani. Fa riflettere scoprire, tra le altre cose, come l’evoluzione dell’encefalo nell’uomo abbia di fatto reso più radicati e importanti gli esiti neurofisiologici delle esperienze traumatiche, e quindi più difficili da “superare”, così come il fatto che vi siano strategie “terapeutiche” che si rivelano utili sia nell’uomo che negli animali nel superare la sintomatologia post traumatica.

Nel descrivere la fenomenologia del PTSD (capitolo 3) gli autori riportano comportamenti sintomatici non sempre approfonditi ma decisamente centrali sia per chi lavora con pazienti di questo tipo che per i pazienti stessi; credo che questi ultimi riescano facilmente a riconoscersi nella descrizione di tali aspetti  disfunzionali, spesso molto invalidanti. Tra questi troviamo: l’attenzione frammentata, la percezione del tempo, le flash bulb memories, la gestione del contatto oculare, gli effetti sul sonno e l’approfondimento delle illusioni ipnagogiche.

Più avanti troviamo un corposo approfondimento  della letteratura di ambito psicotraumatologico, con numerosi riferimenti sia agli autori maggiormente rappresentativi in tale campo che agli aspetti teorici ritenuti ormai centrali. Si passa quindi ad affrontare ciò che riguarda il trattamento ripercorrendo strategie, fasi, e modalità di lavoro sia trasversali che specifiche da individuare di caso in caso.

Gli autori presentano ed esemplificano una sorta di modello operativo, ereditato dalla teoria e sostenuto dalla pratica,  di fatto già condiviso nel mondo scientifico, da tenere a mente nella presa in carico di pazienti con PTSD offrendo generosi esempi e parti di colloqui.

Si affrontano temi davvero centrali in tutta la clinica psicoterapeutica ma di assoluta rilevanza soprattutto in questo campo quali l’attenzione da porre nel costruire l’alleanza terapeutica, l’attenzione alla stabilizzazione e alla permanenza del paziente nella finestra di tolleranza, il lavoro sulla regolazione attraverso strategie di diverso tipo, la regolazione emotiva e dell’arousal.. un interessante e corposo approfondimento del ruolo che può assumere l’attività fisica nella gestione della sintomatologia legata al PTSD.

Troviamo poi una ricca riflessione sull’EMDR. Lo spirito critico degli autori ripercorre con attenzione pro e contro di tale approccio sottolineando infine gli aspetti di forza e i riscontri scientifici dello strumento.

Nel complesso è un lavoro ricco, con molti spunti e approfondimenti non ovvi né scontati,  ben sostenuto da teorie e riferimenti scientifici di spessore, articolato ma al contempo scorrevole e accessibile anche da chi convive con i sintomi derivanti dal PTSD.

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Bessel van der Kolk: Nutrire la nostra salute mentale durante la pandemia di COVID-19

connection

di Camilla Marzocchi

Psicoterapeuta, Consigliera AISTED

Dal Webinar del 3 Aprile 2020 di Bessel van der Kolk

Risorsa originale in inglese: Nurturing our mental health during the COVID-19 pandemic. 

Bessel van der KolkLa riflessione del Dr Bessel van der Kolk, nasce dall'idea di dare un contributo su come affrontare e gestire la situazione pandemica che ci sovrasta tutti.

Nelle settimane di quarantena stiamo vivendo una condizione che lui definisce “pre-traumatica”, una condizione cioè che potrebbe preparare il terreno allo sviluppo di una traumatizzazione psicologica, poiché coinvolge diversi aspetti centrali per la nostra vita: la sicurezza fisica e la malattia, le condizioni economiche e il costo psicologico del vivere rinchiusi in casa e separati dagli altri.

Abbiamo imparato molto dalla cultura del trauma negli ultimi decenni e qualcosa potrebbe esserci utile per capire ora come affrontare la situazione attuale, in un modo che sia il più possibile adattivo per la mente.

 

Pre-condizioni per lo sviluppo di un trauma.

Cosa favorisce lo sviluppo di traumatizzazione? Sappiamo ormai che alcune condizioni emotive posso facilitare e favorire processi di traumatizzazione. Vediamo quali aspetti e segnali possono verificarsi anche nell'emergenza attuale:

  1. Perdita di prevedibilità del mondo conosciuto

  2. Immobilità

  3. Perdita di connessione

  4. Ottundimento (Numbing out) e Distacco/Distanziamento (Spacing out)

  5. Perdita del senso del tempo

  6. Perdita del senso di sicurezza

  7. Perdita di senso e scopo nella vita

Ci sarà molto da imparare da questa esperienza. Non ci saranno esperti in questo campo, poiché il verificarsi di una pandemia è un fenomeno del tutto nuovo per il mondo che conosciamo ed è passato molto tempo dall'ultima volta che abbiamo dovuto affrontare un simile problema. Si tratta di una condizione differente per ognuno. Per qualcuno la pandemia può costituire un tema emotivo e familiare carico di significato. L'esperienza familiare del Dr. Bessel van der Kolk è, come lui stesso condivide, molto condizionata dall'aver vissuto enormi perdite durante la pandemia del 1918 e sottolinea come una grande parte della sua storia genetica e dell'eredità emotiva di questa terribile esperienza che ha colpito la sua famiglia, siano l'aver visto nei suoi nonni e nei suoi genitori i segni di un enorme vissuto di impotenza e disperazione legato ai numerosi lutti e alla grave povertà di quegli anni. Magari qualcuno di noi ha un vissuto familiare diverso, ad esempio legato alla diffusione della tubercolosi, o qualcun altro potrebbe avere nella sua famiglia l'esperienza di essere stati sequestrati o imprigionati: ogni evento del passato, familiare o personale, può “tornare vivo e presente” nel nostro sistema emotivo oggi ed esserci d'aiuto nella situazione attuale, aiutarci a riflettere e a capire le diverse situazioni, ma anche al contrario contribuire a disorganizzare ulteriormente la nostra esperienza emotiva, proprio in virtù del riaprirsi di vecchie ferite.

Vediamo come sarà possibile aiutarci:

  1. Ritorno alla prevedibilità:

    Creare delle routine, degli appuntamenti, delle attività che permettano di tenere uno sguardo proiettato in avanti e di collocarsi in una cornice temporale definita e organizzata, anche se siamo chiusi in casa. Scrivere e creare un calendario di attività ludiche, relazionali o lavorative e condividerlo con le persone care. La passività è una reazione emotiva normale, ma molto pericolosa per la mente se protratta troppo a lungo.

  2. Immobilità vs Movimento:

    Quando siamo traumatizzati ci troviamo in una condizione emotiva in cui sentiamo letteralmente che “non c'è niente che possiamo fare per cambiare le cose”. Insieme a questo perdiamo anche il nostro stesso senso fisico e corporeo di poter agire (agency) e questo ha un impatto enorme sul corpo. La nostra normale reazione di fronte a eventi stressanti è muoverci: attaccare o fuggire sono reazioni normali per mettersi al sicuro, fare qualcosa che ci salvi, reagire. Ma per ora il nostro naturale sistema di difesa non può attivarsi in questa direzione, dobbiamo restare immobili e una grande quantità di attivazione fisiologica viene bloccata, non può semplicemente esprimersi. Questo potrebbe portare, come i primi dati di ricerca stanno evidenziando, ad un incremento dell'aggressività, dell'irritabilità e della violenza domestica. Che fare? Se teniamo questa idea che il corpo di tutti noi sta accumulando una grande quantità di energia non-utilizzata allo scopo di proteggersi, possiamo coltivare la possibilità di utilizzare questa energia per azioni, soprattutto fisiche, utili per la nostra vita e fare con il corpo tutto quello che ci è ancora possibile fare: realizzare oggetti, cucinare insieme, fare lavori in casa, fare la spesa, fare pulizie, prendersi cura delle cose e delle persone, fare sesso, ballare, suonare, cantare, essere creativi in tutti imodi possibili che conosciamo. Altre risorse su: https://www.besselvanderkolk.com/

  • E' centrale guidare “un passo alla volta” il nostro bisogno di azione su attività funzionali, cooperative e non dannose per la salute nostra e di chi abbiamo vicino

  • Auto-regolazione: imparare come ascoltare e regolare le nostre emozioni, comportamenti e pensieri. La ricerca neuroscientifica suggerisce che lo Yoga, il Qi Gong, Tai Chi, la Meditazione, Esercizi di respirazione, la Mindfulness sono tutte attività di comprovata efficacia per questo scopo: calmare il corpo, restituire un senso di sé e offrire un “àncora” forte per aiutare a contenere e orientare tutte le normali reazioni fisiologiche di questo periodo.

  • Il rischio di non avere adeguate strategie di regolazione delle emozioni intense di questo periodo, potrebbe essere per molti quello di ricorrere all'alcool o alle sostanze o al cibo come “auto-cura” disfunzionale.

  1. Restare connessi vs Disconnessione: come essere umani siamo creature sociali, non esistiamo come singoli individui. L'interazione con altri cervelli e altri corpi, essere sintonizzati con gli altri è una caratteristica fondamentale della nostra specie. Essere rinchiusi e soli in casa è dunque una condizione completamente innaturale per ognuno di noi. Chi si trova a vivere da solo la condizione di quarantena, potrebbe sentire con più difficoltà tale condizione e talora essere portato a pensare di non essere “reale”, quando deprivato troppo al lungo di ogni forma di connessione umana. 

    Connessione visiva: sappiamo che vedere il volto, incontrare lo sguardo, ascoltare il tono di voce sono stimoli fondamentali per il nostro cervello per tornare sintonizzati e connessi; in questa fase le videochiamate sono molto importanti per mantenere o ritrovare la sensazione di esistere, di essere visti da qualcuno, per rientrare in quel ritmo e in quella sintonizzazione emotiva che ci permette di approfondire anche la connessione emotiva con noi stessi e di sostenerci.

    Nelle epidemie del passato non c'è sempre stata questa possibilità di essere così connessi a grandi distanze, ed è importante ricordarci oggi di questa risorsa fondamentale che può contribuire a mantenere nutrita la nostra “vitalità” come esseri umani, nel corpo e nella mente. Giochiamo, cuciniamo, cantiamo, suoniamo insieme.

  2. Numbing vs Mindfulness: una risposta emotiva naturale quando si attraversano eventi di vita drammatici è l' “ottundimento emotivo” (numbing), sentirsi cioè in uno stato di nebbia e confusione che permette di non percepire chiaramente le emozioni negative, ma che può condurre - se protratta troppo a lungo - ad un distacco più duraturo dalla realtà e dalle relazioni, con un senso di passività e impotenza pericolose nel lungo termine (tv, uso di sostanze, cibo, videogiochi, uso passivo dei social). Per uscire dal numbing traumatico è fondamentale re-immettere vitalità nel nostro corpo, sentirci di nuovo vivi dopo quello che abbiamo vissuto. Come fare?

  • Riconoscere se stessi”: imparare a osservare e notare cosa succede all'interno, che emozioni ci guidano, che reazioni ci abitano, che pensieri ricorrono. Senza questo livello di osservazione della nostra mente, potremmo agire come un “pollo con la testa tagliata”: vivere cioè continuamente in uno stato reattivo e automatico di paura, rabbia, irritazione verso gli stimoli esterni, senza consapevolezza di quello che ci accade davvero.

  • Fare scelte”: una volta acquisito maggior contatto con se stessi e con la propria esperienza emotiva interna, diventa più facile scegliere cosa fare o almeno avere un'idea più chiara di quale strada sia possibile per noi.

  • Sguardo esterno”: avere qualcuno che ci parli, che ci aiuti ad identificare cosa succede dentro di noi, al nostro corpo, alle nostre emozioni o pensieri. Dare insieme un nome alle esperienze interne e condividerle con un amico, un terapeuta, un insegnate di yoga, un collega, chiunque possa osservare con noi semplicemente quello che accade e offrire uno sguardo capace di “testimoniare” la nostra esperienza interna, senza paura e con compassione.

  • Meditare”: è molto utile ed importante trovare un modo per esercitare uno stato di mindfulness attraverso la meditazione, meglio se condivisa con classi online, poiché osservare quello che succede all'interno  del corpo o della mente può essere a volte difficile o spaventoso. Talora meditare può essere difficile, se non si è mai stati abituati a farlo o se non lo si ha come abitudine già da prima di questa situazione particolare. Per meditare in sicurezza sarà  allora necessario sviluppare insieme allo stato di mindfulness anche un'attitudine compassionevole verso se stessi (self-compassion), un'accettazione incondizionata di tutto quello che emerge di positivo e di negativo, e questo è più facile probabilmente se non siamo soli e se qualcuno osserva insieme a noi quello che stiamo sperimentando soggettivamente dall'interno. Nell'esplorare l'esperienza emotiva interna possono affiorare infatti parti spaventate o arrabbiate o parti addirittura ostili alla ricerca di uno stato di calma: sarà importante ricordarci che è normale avere diverse parti o aspetti dentro di noi e che anche la rabbia è una parte che merita rispetto e accoglienza: potrebbe averci aiutato a sopravvivere nel passato e a tollerare emozioni altrimenti insostenibili. E' importante dunque provare ad includere le parti ostili nella meditazione, osservarle e accettarle per il ruolo che hanno avuto nella nostra vita, sentendole “alleate” dentro di noi e "protettiva", anzichè una minaccia.

  1. Perdita del senso del tempo vs Guardare al futuro: una delle caratteristiche principali nei processi di traumatizzazione è la perdita del senso del tempo, il non riuscire più a vedersi nel futuro, il sentire che la condizione traumatica e il dolore dureranno per sempre. Per tornare a guardare al futuro, è necessario dunque recuperare intanto un senso del tempo più ancorato al presente e di nuovo la meditazione torna molto utile a questo scopo: nell'osservazione non giudicante della propria esperienza interna, potrebbero affiorare emozioni o sensazioni corporee molto disturbanti (ansia, rigidità o dolore fisico, disperazione,..), ma se riusciamo a stare nelle sensazioni e a notarle mentre respiriamo, potremmo osservare che a poco a poco i pensieri iniziano a spostarsi lentamente.

    E' importante ricordarci che siamo organismi viventi, se ad esempio ci sediamo immobili e semplicemente respiriamo ci accorgiamo che il nostro corpo è in una continua evoluzione, differenti sensazioni o pensieri vengono a galla continuamente, ma se continuiamo a focalizzarci solo sul respiro e sulla posizione del nostro corpo seduto qui ed ora, tutte le diverse emozioni, sensazioni o pensieri passano e semplicemente si trasformano, muovono verso altro.

    Respiro dopo respiro possiamo percepire che il nostro corpo cambia e possiamo vivere la sensazione interna che ogni momento è diverso dal precedente e che passerà. Questo guida la mente verso la consapevolezza di essere un organismo vivente che ha il suo proprio senso del tempo e che può notare come tutte le cose diventino diverse a poco a poco che il tempo scorre e che niente resta fermo: la luce dalla finestra, il mio senso del sé, il proprio respiro, il proprio dolore, etc..etc.

  2. Senso di sicurezza interno: acquisire un senso di sicurezza interno è centrale per chi ha vissuto situazioni traumatiche e per tutti è una condizione necessaria da preservare, sia quando viviamo con altre persone, sia quando viviamo da soli. Per ognuno di noi è importantissimo dunque identificare: cosa ci fa sentire al sicuro? Magari è un certo tipo di musica, magari un certo tipo di lettura: cosa ci aiuta a sentire uno stato di calma interiore?

  • Il contatto fisico è l'elemento che più di ogni altro ci garantisce come esseri umani di sentire un senso profondo di sicurezza e conforto. Per chi vive in famiglia è il momento delle coccole, degli abbracci, del far sentire agli altri la vicinanza e l'importanza del contatto umano nella nostra percezione di sicurezza; per chi vive da solo in questa fase critica è molto più difficile, ma potrebbe essere altrettanto importante trovare una strada per offrire a se stessi un senso di maggior contatto e calore con alcuni esercizi corporei, per sviluppare un senso più profondo di sicurezza interno al corpo e di contatto con sé. Altre risorse su canale: Trauma Research Foundation

  • Privacy/confini: il nostro senso di sicurezza tuttavia può passare anche dall'avere necessità di uno spazio di privacy e solitudine, di uno spazio in cui possiamo non essere raggiunti, quando abbiamo bisogno di questo per avere un maggior contatto con noi stessi. Cosa possiamo fare se condividiamo spazi limitati? Identificare un angolo o un luogo della casa in cui gli altri sappiano che in quel momento abbiamo bisogno di non ricevere richieste, compiti, domande ed è nostro diritto chiederlo e trovarlo.

  • Le persone traumatizzate sentono un costante senso di minaccia all'interno del loro corpo, poiché sono continuamente bombardate da segnali viscerali di allerta e pericolo e nel tentativo di controllare questo processo, spesso diventano molto bravi nell'ignorare i loro segnali viscerali e nell'annebbiare la consapevolezza: imparano cioè a nascondersi da loro stessi. Di nuovo lo Yoga, il Tai Chi, Qi Gong sono pratiche valide e scientificamente provate per aiutare a creare un senso di sicurezza interno, per imparare ad abitare il proprio corpo in un modo sicuro. Altre Risorse qui: https://www.besselvanderkolk.com/blog

Altre Risorse del Dr. Bessel van der Kolk:

Caring for yourself: structure, connection, movement and engagement.

Non dimentichiamo che in questo momento chi vive una condizione di traumatizzazione, maltrattamento o violenza in famiglia potrebbe essere in pericolo nella condizione di quarantena forzata e potrebbe aver bisogno di chiedere aiuto.

Di seguito i numeri di emergenza in Italia per farlo:

Numero Unico Nazionale Antiviolenza e Stalking 1522

 

Petizione: Che impatto avrà l'isolamento sui bambini? Un decreto subito!

Petizione #decretobambini

Cari soci e care socie,

In questi giorni di incontri e confronti, ricchi e partecipati, abbiamo deciso come AISTED di sottoscrivere una Petizione avviata dalla Associazione Agevolando e sottoscritta già da molte altre realtà impegnate nella tutela dell'infanzia: Aggiornamento sui sostenitori alla Petizione 'Che impatto avrà l'isolamento sui bambini? Un decreto subito'

La nostra firma a sostegno di Agevolando

"Come realtà di professionisti in tutta Italia che si occupano della cura e della salute di persone vittime di trauma, siamo profondamente preoccupati che l'emergenza da Covid 19 possa rappresentare un'ulteriore fonte di traumatizzazione appesantendo il vissuto e l'esistenza di persone già duramente colpite da storie dolorose, come i bambini e gli adolescenti fuori famiglia e collocati in comunità residenziali, e come quei minorenni che vivono ancora in contesti non protettivi, negligenti e maltrattanti. Riteniamo che si debba intervenire con azioni mirate a ridurre l’impatto di questa emergenza, cercando di garantire la prosecuzione del progetto di vita, così come garantire tutela all'infanzia in pericolo.

Ci auguriamo che con questa petizione ci sia maggiore attenzione a queste fasce della popolazione per limitare gli esiti di un peggioramento delle condizioni di vita."

Per questi valori condivisi e in linea con i nostri principi statutari, Vi invitiamo ad esprimere il vostro sostegno anche come singoli professionisti, per dare forza e voce al messaggio di cui ci siamo fatti sostenitori come AISTED.

Trovate qui il link per FIRMARE: Che impatto avrà l'isolamento sui bambini? Un decreto subito 

Un caro saluti a tutti,

il Consiglio Direttivo

 

Il trauma nelle aule giudiziarie: una fotografia dello stato dell'arte in Italia

Trauma Gruppo Forense AISTED

di Monica Romei Psicoterapeuta, Consigliera AISTED, 

e Alessia Tomba Psicoterapeuta, Socia Fondatrice AISTED

Referenti Gruppo Forense AISTED

 

Il Gruppo Forense dei soci AISTED è impegnato su più fronti in una realtà variegata e complessa come quella degli intrecci tra ambito clinico e competenze dell’Autorità Giudiziaria.

Tra i soci, emergono le seguenti esperienze in ognuna delle quali sembra necessario sviluppare una cultura specialistica del trauma e della dissociazione per sostenere i professionisti coinvolti a considerare gli esiti post-traumatici sul funzionamento delle persone coinvolte nei procedimenti giudiziari a vari livelli:

1. utenti adulti di Servizi Sanitari di Psichiatria, con comportamenti antisociali, criminali o di dipendenza patologica come esito di sviluppi traumatici complessi e di funzionamenti dissociativi. La Psichiatria Forense sembra ignorare totalmente l’etiopatogenesi di natura post-traumatica di questa popolazione di pazienti, con gravi conseguenze sul progetto di cura e di recupero di queste persone…

2. adulti che hanno commesso un reato e vengono inviati per la valutazione della capacità di intendere e volere e/o adulti che scontano una pena in regime di detenzione in carcere, ritenuti altamente pericolosi sul piano sociale e che vengono inviati ad un percorso di valutazione, osservazione e trattamento.

3. minori figli di genitori separati che sono oggetto di valutazione da parte dei CTU del Tribunale Ordinario, sezione Civile per determinare il regime di affido.

4. minori figli di genitori vulnerabili/maltrattanti/abusanti che sono oggetto di tutela con interventi del Tribunale per i Minorenni e collocati fuori famiglia in strutture residenziali.

5. minori vittime di sospetto abuso sessuale così come donne vittime di violenza di genere, coinvolti in procedimenti presso il Tribunale Penale. Esistono più documenti (dichiarazione di consenso CISMAI, Carta di Noto V, ecc.), spesso in grande dissenso tra loro su aspetti nodali, redatti da specialisti di diversa provenienza e formazione che sanciscono norme e procedure da attuare nell’ ascolto delle “vittime” soprattutto nella fase processuale. Il disaccordo tra gruppi di lavoro comunque riconosciuti e specializzati crea grande confusione e lascia spazio a libere interpretazioni delle indicazioni date, in assenza di dispositivi di legge chiari e riconosciuti. Accade inoltre che tali “indicazioni”, vengono a mancare nella gestione della vittima durante la fase istruttoria o di raccolta delle informazioni, così che le forze dell’ordine deputate ad affrontate compiti così delicati e fondamentali, si attivano e si attrezzano individuando al loro interno risorse e strategie che talvolta vengono richieste e indicate dal pubblico ministero. Anche questi ultimi professionisti, per quanto sensibili e seriamente preparati sulla materia da un punto di vista giuridico, spesso non hanno sufficiente formazione sul funzionamento di una vittima di esperienza traumatica, per coordinare al meglio la raccolta delle informazioni durante la fase delle indagini preliminari.

Il mondo giuridico ha necessità di essere sostenuto nell’individuare strategie adeguate sul piano giuridico ma attente e rispettose delle fragilità e dell’eventuale funzionamento post traumatico nella vittima. Quest’ultimo viene talvolta citato (senza che chi lo fa ne sia per altro a conoscenza) solo in relazione ai comportamenti, tenuti dalla vittima nel corso delle audizioni, che vengono additati come segnali di non attendibilità del teste.

Accade così che, nonostante le dichiarazioni di intenti e di consensi, ancora oggi si osserva che i bambini e le donne sono considerati ‘oggetto di prova’ più che vittime bisognose di cura, per cui, sul piano clinico, si verifica una precoce esposizione al contesto giudiziario che governa il processo con ascolti talvolta ripetuti in più contesti e conseguente vittimizzazione istituzionale, mentre la presa in carico clinica viene ritardata, se non addirittura è totalmente assente.

6. bambini adottati da coppie che non hanno affrontato né prima del Decreto di idoneità all’adozione né dopo l’inserimento pre-adottivo la propria storia traumatica ove presente (come spesso si riscontra) soprattutto ma non solo rispetto all’infertilità e fanno difficoltà a gestire e riconoscere il trauma evolutivo nel figlio.

7. non ultimi, gli operatori dei contesti clinico forensi (dai medici agli psicologi ai Magistrati, Giudici, Avvocati) spesso vivono condizioni di traumatizzazione vicaria e sono portatori di vissuti di controtrasfert traumatico, poco riconoscibile e negato, con pesanti ripercussioni sulla salute psico-fisica e sulla qualità del lavoro professionale, con effetto domino sugli utenti.

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Negli ultimi incontri, l’attenzione dei soci si è focalizzata su un tema specifico, grazie all’invito offerto dal socio Massimo Portas a Cagliari che si è fatto promotore di un importante incontro interprofessionale presso l’Ordine degli Psicologi della Sardegna, lo scorso 17 ottobre 2019.

Emerge una situazione degna di nota: la Corte Europea dei Diritti Umani con alcune sentenze ammonisce l’Italia di non aver fatto abbastanza per rispettare il diritto alla genitorialità e per aiutare a recuperare la famiglia d’origine. Tali sentenze sono state lette dai magistrati come l’inesigibilità del diritto del bambino di stare nella propria famiglia d’origine. Tuttavia, tale principio assolutamente condivisibile, non sembra rispondere alle situazioni di grave pregiudizio sui bambini da parte di genitori maltrattanti e violenti, abusanti.

Questa tendenza si esprime in una riduzione delle sentenze di adottabilità definita e netta, in favore di sentenze di affidi sine die, incrementando l’indefinitezza dei confini di tutela e la messa in discussione delle procedure in Corte di Appello che aumentano progressivamente la lunghezza della progettualità di vita dei bambini fuori famiglia. Altra conseguenza riguarda il mantenimento degli incontri protetti, che vengono interrotti solo se considerati pregiudizievoli mentre sono mantenuti quando disfunzionali. Proprio su questo punto, sembra necessaria una definizione di cosa è pregiudizievole e cosa disfunzionale, nel dispositivo degli incontri protetti che possono, invece, trasformarsi in circostanze di ri-vittimizzazione del bambino.

La prima riflessione è che alla CEDU sono arrivati ricorsi da parte degli avvocati dei genitori mentre la posizione dei minorenni non vengono rappresentate parimenti dai loro difensori-curatori.

Gli esperti del settore conoscono quanto sia doloroso e vulnerabile il mantenimento dei legami in assenza di una definizione chiara del progetto di vita che restituisca al bambino il diritto di crescere in una famiglia tutelante e accudente. Spesso la valutazione della qualità degli incontri protetti e del mantenimento del legame viene demandato a servizi poco strutturati e non specializzati che non riescono a rappresentare la necessità di tutela dei minorenni al TM che non dispone nessun cambiamento.

Si cita l’esperienza di TORINO che ha promosso un tavolo di concertazione tra magistratura e consulenti tecnici.

Nel mondo dell’Autorità Giudiziaria bisognerebbe porsi come quesito:

QUALE DIRITTO DOBBIAMO TUTELARE?

STIAMO TUTELANDO I DIRITTI DI TUTTE LE PARTI IN CAUSA?

Si verificano, dunque, condizioni che non favoriscono progetti riparativi per i minorenni fuori famiglia (careleavers):

  • Calo delle domande adottive;
  • Bambini grandi danneggiati e con gravi esperienze sfavorevoli e traumatiche alle spalle che ne condizioneranno l’avvenire, se non inseriti in un percorso di cura adeguato;
  • Aumento delle tempistiche con cronicizzazione dei collocamenti fuori famiglia;
  • Maggiore frequenza del mantenimento dei legami con le famiglie d’origine in assenza di un lavoro di cambiamento sulle genitorialità fragili o inadeguate.

Citando le LINEE GUIDA DEL CISMAI è necessario che i genitori riconoscono le loro responsabilità nel parenting pregiudizievole e sono accondiscendenti ad un lavoro di cura, elementi che spesso non sono riscontrate nei contenuti delle CTU che contengono l’ambivalenza dell’irrecuperabilità con mantenimento del legame.

Infatti, emerge che a fronte di una situazione così complessa, i Tribunale sono orientati a chiedere ai Consulenti Tecnici di rispondere in modo più chiaro a quesiti molto articolati con la conseguenza che si chiede ad un singolo professionista di assumere un ruolo da case manager, quando né per ruolo, né per possibilità né per competenze specifiche è possibile rispondere a tale mandato.

Al contrario, servirebbe un sistema integrato e servizi deputati a tale complessità, dove vi sia un’equipe specialistica e multi professionale che può farsi carico di tutto il nucleo sia nella fase di diagnosi che nella gestione del progetto di vita, per tutelare il diritto dei bambini ma anche per offrire una vera occasione di trasformazione ai genitori recuperabili.

Il lavoro futuro del Gruppo Forense sarà seguire quello di approfondire e offrire sostegno in tutte le situazioni sopra citate cercando e creando occasioni di confronto e informazione sul funzionamento post traumatico in tali contesti e, in particolare, anche in quest’ultima delicata realtà, cercando strade per sviluppare un dibattito serio e contrastare i possibili retroscena a discapito dei bambini per promuovere una presa in carico specialistica di tali situazioni.

 

Covid-19: Quarantena trauma-informed.

Brian McGowan Covid-19

"Io-resto-a-casa: in equilibrio tra paure e resilienza."

di Camilla Marzocchi e Raffaele Avico

Per la Rubrica AISTED "Fantasmi nel sè" SU PsychiatryOnline.it

Dal 21 febbraio 2020 il nostro orizzonte quotidiano e di vita è cambiato: c’è una epidemia che coinvolge improvvisamente e inaspettatamente tutti nello stesso momento e (ora) in tutto il mondo. Come stiamo vivendo questo radicale cambiamento di prospettiva? Che segni lascerà questa esperienza sul piano personale, emotivo, psicologico, etico, sociale, economico, politico, umano?

Il Coronavirus ha invaso i nostri corpi, ma anche le nostre menti e ogni azione e ambito del quotidiano ne risulta inevitabilmente interconnesso; la stanza della terapia, nostro osservatorio privilegiato, certamente ne ha visto l’ingresso sin dai primissimi giorni di emergenza, entrando certamente tra i temi più affrontati per i vissuti complessi che ha generato: sfide emotive nell'affrontare i faticosi cambiamenti delle molte abitudini quotidiane, ma anche l’affiorare di ricordi di un passato più antico in cui ci si è sentiti per infiniti altri motivi proprio così: costretti, isolati, impotenti, vulnerabili, in balia di eventi nuovi e sconosciuti. Ma se siamo tutti vergini di fronte a questo nuova minaccia, a chi affidarsi per fronteggiarla al meglio e mettersi al sicuro?

Il senso di sicurezza, appunto, per noi esseri umani è un tema che resta sempre sul confine di un difficile equilibrio tra una percezione soggettiva, costruita nell’arco di tutta la propria vita emotiva e relazionale, e un necessario calcolo oggettivo dei rischi esterni, che pure abbiamo bisogno di considerare per proteggerci. Tutti - cittadini, governanti, scienziati - ci siamo improvvisati funamboli in questi giorni difficili: desiderosi di tenerci in vita nel imminente pericolo, ma attenti a conservare le energie per tollerare un’emergenza che potrebbe prolungarsi, magari tenendo in tasca un po’ di forze per poter festeggiare alla fine del filo e iniziare la risalita una volta che il pericolo sarà passato. Che fare?

Alcune riflessioni per osservarsi un questi giorni difficili e strani per tutti........ Continua a leggere su POL.it!

 

REPORT WORKSHOP DI ROGER SOLOMON 25-26 Gennaio 2020

Nuovo Consiglio AISTED
Prima giornata di lavori con Roger Solomon
Roger Solomon Socio Onorario

"Trauma Complesso e Dissociazione:

aspetti avanzati della Teoria della Dissociazione Strutturale"

di Cristiana Chiej

 

E' stato un fine settimana ad alta intensità quello trascorso a fine gennaio, in occasione dell'assemblea generale AISTED.

Come Associazione abbiamo infatti avuto l'onore di ospitare un workshop di due giorni tenuto da uno dei massimi esperti a livello internazionale di EMDR, trauma complesso e dissociazione: Roger Solomon, psicologo e psicoterapeuta, Senior Trainer in EMDR e consulente negli Stati Uniti per il senato, la NASA e molte altre agenzie governative.

Mettendo generosamente a disposizione la sua grande esperienza clinica, con una notevole capacità di sintesi, integrazione e chiarezza didattica, Solomon ci ha accompagnati dentro il processo terapeutico, laddove nascono le maggiori sfide e insidie per chi lavora con pazienti con un disturbo dissociativo.

Attraverso l'ausilio di video tratti da suoi workshop internazionali, abbiamo potuto osservare momento per momento il delicato intervento di stabilizzazione, preparazione e infine il lavoro sulle memorie traumatiche: ne è emerso un uso incredibilmente flessibile e rigoroso allo stesso tempo dell'EMDR, che ancora una volta ha mostrato la sua efficacia anche nel lavoro sul trauma complesso, se utilizzato all'interno di una cornice teorica che riconosca la necessità di un approccio trifasico (stabilizzazione, elaborazione delle memorie traumatiche e integrazione) al trattamento di questi pazienti (Van der Hart, Nijenhuis, Steele, 2011).

E' infatti importante differenziare il lavoro in base alle capacità regolative e al livello di realizzazione e integrazione: se il paziente ha sufficienti risorse in questo senso è possibile procedere direttamente all'elaborazione delle memorie traumatiche in tutta sicurezza, altrimenti occorre calibrare l'intervento e lavorare prima sulla stabilizzazione.

Solomon, sposando la teoria di Liotti, evidenzia come la dissociazione affondi le sue radici nell'attaccamento disorganizzato, aggravato poi dal trauma (Liotti, G., Farina B., 2011). La disorganizzazione dell'attaccamento, data dall'attivazione contemporanea del sistema di attaccamento e del sistema di difesa verso la stessa figura, che determina una "paura senza sbocco", rappresenta dunque il terreno su cui le esperienze traumatiche vanno ad innestarsi, creando un danno che è tanto più grave quanto più precocemente esse avvengono. Per questa ragione, prima di poter lavorare sulle memorie traumatiche in modo sicuro ed efficace, è necessario ridurre la disorganizzazione dell'attaccamento e la iperattivazione del sistema di difesa. Come molti altri psicotraumatologi, Solomon parte dall'idea che la dissociazione rappresenti un continuum, dove ad un estremo di trovano gli "stati dell'io" (differenti ma non separati modi sentire e pensare della persona in un determinato momento) e all'altro estremo parti dissociative con una notevole autonomia psichica. Più ci si sposta verso la dissociazione, più è necessario lavorare sulla stabilizzazione e sulla diminuzione della fobia fra queste parti, pena l'efficacia e la sicurezza del lavoro terapeutico.

Anche in queste fasi del trattamento, tuttavia, l'EMDR ha un ruolo di primo piano, andando bel al di là delle potenzialità del protocollo standard. Nelle sedute mostrate nei suoi video, infatti, Solomon utilizzava continuamente le stimolazioni bilaterali per far proseguire il lavoro clinico verso la stabilizzazione e una progressiva integrazione.

Per poi procedere all'elaborazione delle memorie traumatiche con il protocollo standard è necessario che vengano rispettati alcuni criteri. Innanzi tutto il paziente deve avere la capacità di calmarsi, ovvero di rientrare nella finestra di tolleranza: è certamente possibile che durante il lavoro il paziente si attivi tanto da perdere la regolazione, e proprio per questo è necessario costruire insieme a lui i "freni di emergenza" affinché questa esperienza non rappresenti una nuova traumatizzazione.

Ci deve inoltre essere una certa co-consapevolezza e collaborazione fra le parti dissociative: con la supervisione della parte adulta, devono riconoscere la reciproca presenza e la funzione che ciascuna ha svolto al tempo del trauma e continua a svolgere per proteggere il paziente e garantirgli la sopravvivenza in condizioni così estreme come quelle create dal trauma. Solo se le parti cominciano a riconoscersi reciprocamente, ad essere consapevoli ed accettare la presenza le une delle altre, il buon lavoro svolto ("Good Job!") da ciascuna per proteggere il sistema, allora si può chiedere loro il consenso per procedere con l'elaborazione delle memorie traumatiche, senza correre il rischio di una ri-traumatizzazione.

Il terapeuta deve costantemente lavorare portando il paziente a osservare i suoi stati interni, a mantenere l'orientamento nel tempo presente, la connessione con la sua parte adulta e le sue risorse, la consapevolezza che il momento del trauma è passato. La capacità di orientarsi nel tempo, una sufficiente capacità integrativa tale da rimanere presente o tornare presente quando emergerà l'emozione del trauma, è fondamentale per permettere al paziente di tollerare ora quello che è stato troppo allora, rendendo l'esperienza del rientrare in contatto con le memorie traumatiche davvero trasformativa e non più soverchiante.

Naturalmente la sequenza non è manualizzabile, ma è necessario valutare di volta in volta la presenza di questi criteri minimi prima di poter entrare nelle memorie traumatiche.

In questo percorso, ogni piccolo momento di connessione empatica all'interno del paziente, di riconoscimento amorevole del dolore e della fatica attraversati, è una risorsa da installare, da riconoscere e coltivare perché le ferite possano essere sanate e la frammentazione ricomposta. E' un lavoro complesso, lungo il quale Roger Solomon ci ha accompagnati mostrando i punti di svolta possibili, le scelte fatte e le diverse strategie utili a far procedere il lavoro o ad uscire da eventuali stalli. La relazione terapeutica, ha ripetutamente puntualizzato Solomon, è cornice e nello stesso tempo strumento principe dell'intervento clinico: il paziente non lavora da solo, ma all'interno di un assetto relazionale sintonico e cooperativo, attento a dosare gli interventi affinché il paziente non sia in balia delle emozioni dirompenti ma sempre più capace di tollerare e gestire nel presente ciò che è stato soverchiante al momento del trauma, grazie anche al clima di sicurezza e fiducia della relazione che accompagna il progressivo lavoro di integrazione.

Purtroppo l'inquadratura dei video mostrati penalizzava il terapeuta e poco si è visto di ciò che Solomon faceva col corpo durante quelle sedute così intense, cariche di emozioni e dense dal punto di vista clinico. Peccato: da quel poco intravisto emergeva tutta la potenza della relazione terapeutica, il suo "stare" nella relazione, la capacità di sintonizzarsi con le pazienti, attraverso il corpo, la postura, lo sguardo, i piccoli gesti, la regolazione continua.

Fare terapia è per certi versi un arte e vedere un artista all'opera è sempre incredibile e potentissimo, ma oltre all'ammirazione per il tocco sensibile di cui Roger Solomon ha dimostrato di essere capace, ciò che molti di noi si sono portati a casa da questo seminario è il senso di prospettiva che emerge dal modo di lavorare di Roger Solomon, la sua capacità di mettere insieme in modo organico, fluido e spendibile nella concreta pratica clinica i maggiori contributi e le conoscenze che la psicotraumatologia oggi offre a chi sta in trincea con questi pazienti, insieme ad una rinnovata fiducia nella potenza ed efficacia degli strumenti a nostra disposizione, primo fra tutti l'EMDR.

Siamo usciti forse un po' frastornati e perturbati dall'intensità emotiva di queste giornate, ma certamente arricchiti e, forti degli strumenti a nostra disposizione, motivati a continuare il difficile e importante lavoro con questi pazienti.

A QUESTO LINK IL REPORT SU STATE OF MIND!

 

BIBLIOGRAFIA

  • Liotti, G., Farina B. (2011). Sviluppi Traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Raffaello Cortina Editore, Milano

  • Van der Hart, O., Nijenhuis, E.R.S., Steel, K. (2011). Fantasmi nel sé. Trauma e trattamento della dissociazione strutturale. Raffaello Cortina Editore, Milano

Workshop Roger Solomon, Assemblea Generale 25-26 Gen 2020, Milano

Locandina Solomon AISTED 2020

E' iniziata la CAMPAGNA RINNOVI 2020!

GIA' DAL 1 NOVEMBRE 2019, L'ISCRIZIONE AISTED E' VALIDA PER L'ANNO 2020.**

** l'iscrizione ad AISTED comporta l'adesione alla European Society for Trauma and Dissociation (ESTD). Per avere modulo di adesione e maggiori informazioni scrivere a segretario@aisted.it

25 e 26 Gennaio 2020, Milano

Seminario con Roger Solomon + Assemblea generale

Roger SolomonRoger Solomon sarà nostro ospite per un workshop di due giornate sui temi a noi cari: "Trauma Complesso e Dissociazione: aspetti avanzati della Teoria della Dissociazione Strutturale". Seguirà discussione di casi clinici e presentazione di video su situazioni cliniche complesse. In allegato programma delle due giornate.

Il costo del Seminario per i soci è di 20 euro + Rinnovo della quota associativa per il 2020 (euro 40): TOT 60 euro**

**I soci non in regola con la quota 2019 dovranno regolarizzare entrambe le quote, 2019 e 2020 per poter partecipare al Workshop e all'Assemblea annuale.

**I soci nuovi dovranno scrivere a segretario@aisted.it, richiedere il modulo di adesione e seguire la procedura di iscrizione regolare ad AISTED ed ESTD. Poi potranno iscriversi sin da ora direttamente per il 2020 pagando insieme Quota Associativa 2020 e Workshop.

Nel pomeriggio di sabato dedicheremo uno spazio all'Assemblea Generale e alle Elezioni per il nuovo Consiglio Direttivo. Sarà un momento di bilancio di questi 3 anni insieme e di rilancio per i prossimi anni di lavoro. Invitiamo sin da ora tutti i soci interessati a presentare le loro candidature a questo indirizzo segretario@aisted.it, con cv e principali obiettivi legati alla candidatura, e a preparare una breve presentazione di qualche minuto cui daremo spazio nel corso dell'Assemblea.

Il Consiglio Direttivo

Giovanni Tagliavini, Paola Bertulli, Camilla Marzocchi, Paolo Ricci, Monica Romei, Alessia Tomba, Gianfrancesco Imperiali

LO SGUARDO DELLO PSICOTRAUMATOLOGO

sam manns

di Raffaele Avico

La teoria dell'attaccamento, assommata alla teoria sul trauma, porta il discorso sullo sviluppo del bambino a un piano più semplice. In questo senso è un rasoio di occam che livella, senza banalizzarlo, il livello della complessità inerente lo sviluppo infantile, in particolare quando si parli di trauma e attaccamento.
La visione dello psicotraumatologo, è una visione prima di tutto etologica. In che senso?

Alcune riflessioni aiutano a chiarire questo punto:

  • la dipendenza totale del bambino verso la figura dell'adulto, lo rende partecipante passivo alla diade madre/bambino. Pur in presenza di un temperamento difficile, la responsabilità diretta e indiretta della creazione di un certo stile di attaccamento ricade, per lo più, sul caregiver (per comodità ci riferiamo alla madre, ma potrebbe essere anche il padre o una figura vicaria). Il bambino si termoregola, si nutre, regola il proprio ciclo sonno-veglia in funzione della madre; inoltre, si regola in senso emotivo per via dell'intervento della figura di riferimento, grazie al quale tornerà tra i ranghi della qui più volte citata finestra di tolleranza
     
  • il bambino, quando non in presenza di disturbi del neurosviluppo o inquadrabili in sindromi neuropsichiatriche sconnesse dall'interazione con l'ambiente, nasce per così dire “sano”. Gli studi sull'attaccamento ci dicono che, in seguito, svilupperà un certo stile di attaccamento (sicuro o insicuro), che si protrarrà nel tempo divenendo uno stile relazionale che il bambino tenderà a presentare anche nella vita adulta. Nei primi 1000 giorni, e finchè la sua dipendenza dalle figure di riferimento si manterrà viva (almeno fino all'adolescenza per l'esser umano), le cosiddette “esperienza avverse” saranno in grado di produrgli danni più o meno duraturi in termini di strascichi post-traumatici (PTSD complex) o alterazioni comportamentali (si vedano per esempio le strategie di controllo del bambino). La dipendenza in altre parole del bambino al suo contesto, costituirà il terreno di gioco su cui lo stesso potrà sviluppare disturbi da “post-trauma”.
    Lo sguardo dello psicotraumatologo sarà quindi lo sguardo di un etologo che osservi le conseguenze di un'infanzia piena di violenza (per esempio) ai danni di un bambino, così come ai danni di, per esempio, un cucciolo di cane. Nulla cambia: il comportamento di risposta al trauma si ripresenterà nelle stesse forme sia nell'uomo che in altri animali. Questo ce lo dice chiaramente Stephen Porges illustrandoci come i comportamenti di risposta a una minaccia rispondano a sottostanti meccanismi simili, comuni, nell'uomo come negli altri animali
     
  • la lettura evoluzionistica dello stress post-traumatico “post-Janet”, trova i suoi pilastri teorici nel: 
  1. principio di gerarchia di Jackson (qui un approfondimento)
  2. teoria del cervello triuno di MacLean
  3. teoria polivagale di Stephen Porges

Queste tre teorie ci illustrano una sostanziale sovrapponibilità del funzionamento del nostro cervello e del nostro sistema nervoso, con il cervello e il sistema nervoso di qualunque animale con noi imparentato in senso evoluzionistico. Questo assunto è chiarissimo in chi faccia ricerca pre-clinica; esistono meccanismi simili in animali diversi: osservare il comportamento di un topo, è osservare un po' noi stessi.

Lo sguardo di uno psicotraumatologo, sarà dunque uno sguardo focalizzato alla ricerca di singoli grandi traumi, o di ripetuti traumi protratti in senso a relazioni disfunzionali. Questo sguardo clinico avrà come vantaggio primario la de-responsabilizzazione totale del paziente rispetto al suo dolore e al suo malessere. Non c'è mai colpa in una risposta di questo tipo. Inoltre, esisterà nella storia del paziente, una ragione incarnata e reale (calata cioè nel mondo delle relazioni del paziente, e in quello -interiore- dei ricordi relazioni traumatici) del malessere stesso. Il rasoio di occam si colloca qui, ovvero in una lettura per così dire chiarificata dei processi di sviluppo psicopatologico del bambino.

LIMITI

I limiti di un approccio del genere, divengono evidenti quando si abbia a che fare con molteplici disturbi prodotti da distorsioni del pensiero o drammatizzazioni del pensiero stesso, oppure dove il focus del problema riguardi aspetti di senso o significato. La teoria psicotraumatologica ha il vantaggio di rendere chiari alcuni passaggi di sviluppo di psicopatologia: non rappresenta chiaramente la risposta ultima a tutto il vasto insieme di disturbi possibili. Rimangono al di fuori della sua portata esplicativa: alcune depressioni melanconiche di origine non traumatica (dato che, come Liotti sostenne con forza, molte depressioni andrebbero lette come implosioni di risposte post-traumatiche, o tentativi “esausti” di far fronte ad ambienti soverchianti in senso traumatico), le sindromi psicotiche, molteplici forme di disturbi d'ansia (come il DOC) non spiegabili come adattative in un contesto traumatico, e molteplici altri disturbi. Sarà opportuno tuttavia indagare se, alla radice di questi, non esista uno scenario (psico)traumatico o psicotraumatogeno, anche solo per poterlo escludere e procedere a una migliore diagnosi differenziale.

Congresso ESTD - Ringraziamo tutti!

ESTD Rome 2019

Ringraziamo tutti i soci che hanno scelto di partecipare al 7th Biennial Congress ESTD - European Society for Trauma and Dissociation. E' stato importante ed emozionante ospitare per la prima volta a Roma questo Congresso così ricco di spunti e voci differenti nell'affrontare un ambito psicopatologico sempre pieno di sfide e complessità come è quello del lavoro con pazienti che sono sopravvissuti a gravi traumi e trascuratezza nell'arco della loro vita. 

L'esperienza clinica di Suzette Boon, Dolores Mosquera, Kathy Steele, Martin Dorahy, Benedetto Farina, Ellert Nijenhuis, Anabel Gonzalez, Renée Potgieter Marks, Luca Ostacoli e molti altri clinici internazionali ha animato i 3 giorni di lavori, offrendo spunti clinici e di ricerca importanti per la crescita professionale e umana di tutti noi.

In particolare vorremmo dare spazio ed esprimere le nostre congratulazioni ai soci premiati per il loro impegno nella ricerca e ai soci che hanno presentato i loro lavori nelle molte e ricche sessioni parallele che hanno fatto emergere il gruppo italiano e affiancato i momenti in plenaria con i big del trauma e della dissociazione.

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IL PREMIO PER IL MIGLIOR POSTER è della nostra socia Cristina Mapelli e al suo gruppo, che ha presentato un importante progetto di ricerca dal titolo:  "Dissociazione neuroanatomica tra PTSD semplice e complesso: uno studio meta-analitico."

C. Mapelli (Dip.to Neurologia, UNIMIB), L. Camillo, L. Cecconi, M. Berlingeri (DISTUM, UNIURB)

Di seguito Abstract: In letteratura esistono evidenze di una specializzazione anatomo-funzionale lungo l’asse rostro-caudale dell’ippocampo che vede la parte anteriore coinvolta prevalentemente nei processi costruttivi della memoria e in quelli di integrazione di nuove informazioni, mentre l’ippocampo posteriore costituirebbe, uno dei substrati neurali cruciali per il recupero delle informazioni dalla memoria a lungo termine episodica (e pertanto anche per il recupero di informazioni di natura autobiografica).

Il nostro obiettivo è stato quindi quello di confrontare, attraverso un approccio meta-analitico, le alterazioni neuroanatomiche di due gruppi di pazienti, uno con PTSD semplice e uno con storia di traumi ripetuti (veterani, rifugiati), partendo dall’ipotesi che i pazienti affetti da PTSD semplice dovrebbero mostrare alterazioni a livello dell’ippocampo anteriore (integrazione di un singolo evento), mentre i pazienti con PTSD complesso a livello dell’ippocampo posteriore (modificazioni a carico della memoria autobiografica, sensazione di “petrified self”).

I risultati della meta-analisi, sebbene di natura ancora preliminare, ci hanno permesso di indentificare: 1) un pattern di marker di atrofia cerebrale aspecifici di PTSD (corteccia cingolata anteriore; corteccia insulare e corteccia olfattiva); 2) la presenza di una dissociazione neuroanatomica lungo l’asse rostro-caudale dell’ippocampo tra i due gruppi di pazienti, supportando l’ipotesi di partenza; 3) un’alterazione morfometrica a livello della corteccia somatosensoriale secondaria (SII) che potrebbe rappresentare il correlato neuroanatomico di un meccanismo di disregolazione fisiologica. SII, infatti, risulta ipertrofica rispetto ai controlli nel PTSD semplice, ma atrofica nel PTSD complesso.

Cristiana Mapelli - Premio Miglior Poster ESTD Congress 2019

 

RINGRAZIAMO INFINE TUTTI I SOCI CHE HANNO PRESENTATO I LORO LAVORI:

PARALLEL SESSIONs: 
 

CRISTIANA CHIEJ, VIOLA GALLEANO "The therapist is present and (self) caring. Vicarious traumatization in psychotherapy"

ANNALISA DI LUCA "MY BODY: the drawing of human body in full scale to support the treatment of trauma"

COSTANZO FRAU "Self-Mirroring therapy with Dissociative Identity Dosorder (DID)"

ANTONELLA MONTANO, FILIPPO PERRINI, ROBERTA RUBBINO "Trauma and Psychological Consequences in Heterosexual and LGB Population. Adverse Childhood Experiences’ Prevalence and compulsive sexual behaviors in Lesbian/Gay, Bisexual and Heterosexual Population."

PORZIA TALLURI "Integrating Talk Therapy and Bio-neurofeedback in Trauma Therapy."

SARA UGOLINI "Top-down e bottom up strategies for the treatment of traumarelated eating disorders. Integrating DBT skilss training and EMDR protocol: a pilot study"

 

POSTER SESSIONs:

MARIA PAOLA BOLDRINI, ALESSANDRA CHIAPPELLI, CHIARA BELLARDI "The Assessment of Self-care Patients Perception when they Access Trauma Psychotherapy"

MARIA PAOLA BOLDRINI, ALESSANDRA CATANIA, MATTEO CAVALLETTI, VALERIA FUSCO, GIOVANNI TAGLIAVINI  "Using Trauma and Dissociation Symptoms Interview (TADS-I), in the Assessment of Differences between Dissociative and Substance Abuse Disorders."

MARINA FALANGA "Trajectories of Traumatic Development in an Autoimmune Disease: the Case of Systemic Lupus Erythematosus."

CRISTINA MAPELLI "MEMINI ME, ERGO SUM The Role of Mental Time Travelling in Generating a Coherent
Representation of the SELF."

CATERINA VISIOLI, COSTANZO FRAU "The impact of trauma and dissociation in psychiatric patients attending Sardinian mental health centers."

 

 

 

 

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