LO SGUARDO DELLO PSICOTRAUMATOLOGO

di Raffaele Avico

La teoria dell'attaccamento, assommata alla teoria sul trauma, porta il discorso sullo sviluppo del bambino a un piano più semplice. In questo senso è un rasoio di occam che livella, senza banalizzarlo, il livello della complessità inerente lo sviluppo infantile, in particolare quando si parli di trauma e attaccamento.
La visione dello psicotraumatologo, è una visione prima di tutto etologica. In che senso?

Alcune riflessioni aiutano a chiarire questo punto:

  • la dipendenza totale del bambino verso la figura dell'adulto, lo rende partecipante passivo alla diade madre/bambino. Pur in presenza di un temperamento difficile, la responsabilità diretta e indiretta della creazione di un certo stile di attaccamento ricade, per lo più, sul caregiver (per comodità ci riferiamo alla madre, ma potrebbe essere anche il padre o una figura vicaria). Il bambino si termoregola, si nutre, regola il proprio ciclo sonno-veglia in funzione della madre; inoltre, si regola in senso emotivo per via dell'intervento della figura di riferimento, grazie al quale tornerà tra i ranghi della qui più volte citata finestra di tolleranza
     
  • il bambino, quando non in presenza di disturbi del neurosviluppo o inquadrabili in sindromi neuropsichiatriche sconnesse dall'interazione con l'ambiente, nasce per così dire “sano”. Gli studi sull'attaccamento ci dicono che, in seguito, svilupperà un certo stile di attaccamento (sicuro o insicuro), che si protrarrà nel tempo divenendo uno stile relazionale che il bambino tenderà a presentare anche nella vita adulta. Nei primi 1000 giorni, e finchè la sua dipendenza dalle figure di riferimento si manterrà viva (almeno fino all'adolescenza per l'esser umano), le cosiddette “esperienza avverse” saranno in grado di produrgli danni più o meno duraturi in termini di strascichi post-traumatici (PTSD complex) o alterazioni comportamentali (si vedano per esempio le strategie di controllo del bambino). La dipendenza in altre parole del bambino al suo contesto, costituirà il terreno di gioco su cui lo stesso potrà sviluppare disturbi da “post-trauma”.
    Lo sguardo dello psicotraumatologo sarà quindi lo sguardo di un etologo che osservi le conseguenze di un'infanzia piena di violenza (per esempio) ai danni di un bambino, così come ai danni di, per esempio, un cucciolo di cane. Nulla cambia: il comportamento di risposta al trauma si ripresenterà nelle stesse forme sia nell'uomo che in altri animali. Questo ce lo dice chiaramente Stephen Porges illustrandoci come i comportamenti di risposta a una minaccia rispondano a sottostanti meccanismi simili, comuni, nell'uomo come negli altri animali
     
  • la lettura evoluzionistica dello stress post-traumatico “post-Janet”, trova i suoi pilastri teorici nel: 
  1. principio di gerarchia di Jackson (qui un approfondimento)
  2. teoria del cervello triuno di MacLean
  3. teoria polivagale di Stephen Porges

Queste tre teorie ci illustrano una sostanziale sovrapponibilità del funzionamento del nostro cervello e del nostro sistema nervoso, con il cervello e il sistema nervoso di qualunque animale con noi imparentato in senso evoluzionistico. Questo assunto è chiarissimo in chi faccia ricerca pre-clinica; esistono meccanismi simili in animali diversi: osservare il comportamento di un topo, è osservare un po' noi stessi.

Lo sguardo di uno psicotraumatologo, sarà dunque uno sguardo focalizzato alla ricerca di singoli grandi traumi, o di ripetuti traumi protratti in senso a relazioni disfunzionali. Questo sguardo clinico avrà come vantaggio primario la de-responsabilizzazione totale del paziente rispetto al suo dolore e al suo malessere. Non c'è mai colpa in una risposta di questo tipo. Inoltre, esisterà nella storia del paziente, una ragione incarnata e reale (calata cioè nel mondo delle relazioni del paziente, e in quello -interiore- dei ricordi relazioni traumatici) del malessere stesso. Il rasoio di occam si colloca qui, ovvero in una lettura per così dire chiarificata dei processi di sviluppo psicopatologico del bambino.

LIMITI

I limiti di un approccio del genere, divengono evidenti quando si abbia a che fare con molteplici disturbi prodotti da distorsioni del pensiero o drammatizzazioni del pensiero stesso, oppure dove il focus del problema riguardi aspetti di senso o significato. La teoria psicotraumatologica ha il vantaggio di rendere chiari alcuni passaggi di sviluppo di psicopatologia: non rappresenta chiaramente la risposta ultima a tutto il vasto insieme di disturbi possibili. Rimangono al di fuori della sua portata esplicativa: alcune depressioni melanconiche di origine non traumatica (dato che, come Liotti sostenne con forza, molte depressioni andrebbero lette come implosioni di risposte post-traumatiche, o tentativi “esausti” di far fronte ad ambienti soverchianti in senso traumatico), le sindromi psicotiche, molteplici forme di disturbi d'ansia (come il DOC) non spiegabili come adattative in un contesto traumatico, e molteplici altri disturbi. Sarà opportuno tuttavia indagare se, alla radice di questi, non esista uno scenario (psico)traumatico o psicotraumatogeno, anche solo per poterlo escludere e procedere a una migliore diagnosi differenziale.

sam manns